Cronaca

Le zone d'ombra della Commissione adozioni internazionali

Bambini cambogiani sottratti ai genitori naturali, frode e corruzione, omessa vigilanza... Ecco i tre fronti critici apertisi negli ultimi mesi

Ragazzina cambogiana

Maddalena Bonaccorso

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C'è ancora burrasca sull'unica autorità titolata a ratificare i procedimenti di adozione internazionale. Dopo la discussa gestione di Silvia Della Monica, e a un anno dall'insediamento del giudice Laura Laera alla carica di vicepresidente della Commissione adozioni internazionali (Cai), sono infatti almeno tre i fronti critici apertisi negli ultimi mesi.

1. Adozioni in Cambogia di bambini non adottabili

Il primo riguarda la vicenda delle adozioni in Cambogia: secondo l'organizzazione per i diritti umani Licadho, che ha appena pubblicato un report dal titolo "I bambini rubati della Cambogia. Frode e corruzione nel sistema delle adozioni internazionali", negli anni scorsi sarebbero arrivati anche in Italia bambini non adottabili. "Licadho ha mostrato diverse testimonianze di famiglie che erano state convinte a portare i propri figli all'orfanotrofio di Phnom Pen per permettere loro di studiare, con la rassicurazione che sarebbero poi potuti tornare a casa" spiega l'avvocato Pierfrancesco Torrisi. In verità, aggiunge il legale, esperto di adozioni internazionali, "stando a quanto scritto nel report, i bambini venivano dati in adozione all'estero e i genitori naturali perdevano ogni possibilità di ritrovarli".

Nel report, al momento, l'Italia è citata per quattro minori che sarebbero stati adottati nel nostro Paese nel 2008 (quando ai vertici della Cai si trovava il magistrato Daniela Bacchetta) con falsi certificati di nascita. Ma potrebbe essere un dato molto parziale.
Consultando le statistiche della Commissione emerge che tra il 2002 e il 2009 sono stati adottati da famiglie italiane ben 712 cambogiani.

Le ripercussioni arrivano ai giorni nostri: la Licadho ha scritto alla Cai nell'ottobre 2017 in piena gestione Laera, per avere chiarimenti. Ma la Commissione non avrebbe mai risposto. "A breve la direttrice di Licadho, Naly Pilorge, dovrebbe venire in Italia. Valuteremo se presentare un esposto alla Procura della Repubblica di Roma affinché si possa accertare la verità, per il bene dei bambini e delle potenziali famiglie italiane e cambogiane coinvolte" annuncia Torrisi.

2. Il caso paradossale dell'ente Bambini di Chernobyl

Ancora, c'è il caso paradossale dell'ente Bambini di Chernobyl, con sede a Cesenatico, che nei suoi quasi 30 anni di attività è riuscito a portare felicemente a termine 400 adozioni di minori bielorussi, senza mai un problema, e che si è ritrovato sospeso dalla Cai, apparentemente senza motivo.
Tutto deriva da una lettera che nel marzo 2016 l'ambasciatore bielorusso in Italia, Aleksandr Guryanov, invia alla Cai presieduta da Silvia Della Monica. Nella lettera si lamenta un comportamento inopportuno del presidente dell'ente, Maurizio Faggioni, che aveva espresso ai media i suoi dubbi riguardo il processo di adozioni in Bielorussia. In seguito alla lettera, Della Monica decide monocraticamente di dare in carico ad altre associazioni le pratiche di adozione già avviate da Faggioni.

Tuttavia, il provvedimento non verrà mai ratificato dalla Cai, e nel luglio 2017 della lettera non c'è più traccia: la Commissione, infatti, dichiara che la missiva "non è stata rintracciata agli atti". Il provvedimento di Della Monica viene annullato "ab origine" il 12 settembre 2017, e l'ente di Cesenatico è di nuovo libero di operare. Ma successivamente sia l'ambasciata della Bielorussia sia la Cai sospendono di nuovo "Bambini di Chernobyl". Al presidente Faggioni, che chiede spiegazioni, viene risposto che le ragioni della sospensione stanno nel provvedimento del 2016: quello annullato ab origine. "Siamo stati vittime di un gioco delle tre carte" spiega Faggioni, "la Cai mi sospende illegittimamente, il provvedimento viene annullato, ma la Bielorussia mi sospende in seguito a quel provvedimento e la Cai la segue a ruota. Nel frattempo, le trenta famiglie che il mio ente segue sono sospese nel limbo".

3. Kirghizistan: la mancata vigilanza dell'ente Airone Onlus

Infine il caso Kirghizistan: già condannata in primo grado per "omessa vigilanza" per non aver verificato l'operato dell'ente Airone Onlus (aveva instradato alcune coppie all'adozione di bambini poi rivelatisi non adottabili, fatti accaduti nel 2008), la Commissione adozioni internazionali, diretta dipendenza della Presidenza del Consiglio dei ministri, non ha ancora provveduto a pagare i danni dopo la sentenza di primo grado emessa nell'ottobre 2017.

"Saremo costretti ad agire in via esecutiva contro la Cai" afferma Torrisi, che rappresenta una coppia coinvolta nelle mancate adozioni, "dopodiché attendiamo la prosecuzione della causa penale, che dovrà stabilire se intorno alle adozioni di Airone in Kirghizistan girasse un racket di bambini spacciati per orfani". 

(Articolo pubblicato sul n° 23 di Starbene, in edicola dal 24 maggio 2018 con titolo "Il pasticcio")

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