Come è nata l'inchiesta sulla serie Gomorra

Tre camorristi in manette e altre sei persone indagate a piede libero nell'inchiesta sulla fiction: ecco i dettagli dell'indagine della Direzione antimafia di Napoli di cui diede notizia Panorama

Gomorra

Una foto di scena tratta dalla serie Tv "Gomorra" – Credits: ANSA/WEB/SKY

Simone Di Meo

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Tre camorristi in manette e altre sei persone indagate a piede libero nell'inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Napoli sulla fiction “Gomorra”: in galera, sono finiti il padrino Francesco Gallo e i genitori Raffaele e Annunziata De Simone, accusati di aver costretto la società di produzione “Cattleya” - come anticipato da Panorama circa un mese fa – a pagare una tangente di 6mila euro per non avere problemi durante le riprese della pellicola, tratta dal bestseller di Roberto Saviano, nella villa di un boss sottoposta a sequestro.

Il pm Pierpaolo Filippelli (che ha affidato le indagini al nucleo investigativo dei carabinieri di Torre Annunziata, agli ordini del colonnello Nicola Conforti e del maggiore Alessandro Amadei) ha scoperto però di più: e cioè che alcuni funzionari della stessa major hanno evitato non solo di denunciare la richiesta di estorsione, ma addirittura hanno tentato di coprire i tre malavitosi fornendo false informazioni alla polizia giudiziaria e rivelando loro l'esistenza stessa dell'inchiesta.

Nel fascicolo sono per questo indagati, a vario titolo, il location manager Gennaro Aquino e gli ultimi due organizzatori generali della società di produzione Gianluca Arcopinto e Matteo De Laurentiis. Gran parte del materiale investigativo verte su intercettazioni telefoniche e ambientali. In una di queste, si sente De Laurentiis che, nell'auto imbottita di cimici, rivela al boss Raffaele Gallo di essere stato convocato in Procura a proposito del fitto di casa Savastano, la famiglia protagonista della serie andata in onda su Sky. “Mi hanno tenuto tre ore e mezzo per cercare di farmi dire che erano soldi di proventi illeciti – dice il produttore, riferendosi alle banconote versate al clan al di fuori del contratto di locazione ufficiale finito sotto il controllo dell'amministratore giudiziario –... E io gli ho spiegato che è tutto lecito, è tutto regolare, non c'è nessun problema, non abbiamo avuto nessuna pressione. Perché loro mi chiedevano se avevamo subito pressioni da lei per un ulteriore pagamento oltre a quello dell'amministrazione giudiziaria, ha capito? Perché loro in quello configurerebbero un reato. E perciò, noi, questo reato lo dobbiamo completamente levare”.

Secondo il pm e il gip, però, il reato esiste ed è provato, tra gli altri indizi, proprio da una conversazione in carcere tra il boss Francesco Gallo e sua mamma. Discutono dei pagamenti arretrati da parte della Cattleya e il capoclan intima alla donna di riscuotere il dovuto se no “fallisce il cinema”. Lo stesso Gennaro Aquino, in un sms intercettato, scrive ad Arcopinto: “Ciao Gianluca, purtroppo devo continuare a tediarti con Savastano [nome di finzione cinematografica attribuito alla casa di Francesco Gallo, ndr] visto che nessuno mi sa dire come e quando arriveranno gli altri 1000 euro solennemente promessi a zì Filuccio [il soprannome del capoclan Raffaele Gallo, ndr]? A chi dovrò chiederli? Situazione insostenibile per continue telefonate per le quali non ho risposte”.

Quando Panorama anticipò il contenuto dell'inchiesta, il 12 giugno scorso, la “Cattleya” in una nota smentì la notizia spiegando che “il proprietario di uno dei numerosissimi ambienti affittati per la produzione - si evidenziava nella nota diffusa dalla società di produzione tv - è stato arrestato prima dell’inizio delle riprese. Ci siamo rivolti alla magistratura che ci ha autorizzato a effettuare le lavorazioni e che ha chiesto che il pagamento fosse effettuato su un conto dedicato. Non c’è stato alcun tentativo estorsivo, che peraltro ovviamente non sarebbe stato subito”. Eppure, dagli atti dell'inchiesta emerge che proprio uno dei manager della società di produzione, Matteo De Laurentiis, in ambientale affermava il contrario: “Ora non parliamo di casa Savastano a nessuno... per favore, voglio parlarne a voce, perché non mi va di parlarne al telefono, fermo restando che io reputo che ho il cellulare intercettato ormai”. D'altronde, il dirigente era ben consapevole dei rischi e, parlando con l'amministratore delegato della “Cattleya” Giovanni Stabilini, affermava: “Io personalmente andrei a smontarla la casa e me ne andrei da quella casa il prima possibile, però insomma mi sembra giusto condividere questo discorso con la Cattleya perché poi è una scelta che... o paghi in un modo o paghi in un altro, ma la paghi comunque... e oltretutto col rischio di una comunicazione che ti porta nella merda, come fu per Gomorra film...”.

Il discorso si interromperà di lì a poco per riprendere poi su Skype dove, si dice, che le conversazioni non possano essere intercettate.

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