Cronaca

Viaggio dentro al carcere di Spoleto, tra i sepolti vivi del 41 bis

Giorgio Mulè, l'ex direttore di Panorama, da parlamentare è andato nella prigione umbra e si chiede: è davvero necessario quello spietato regime carcerario?

Cella di un carcere

Giorgio Mulè

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Il lettore perdonerà il gioco di parole, che spero non appaia banale se non addirittura offensivo. Ma quando alla vigilia di Pasqua sono uscito dopo poco più tre ore dal carcere di Spoleto mi sono sentito liberato. Sì, liberato perché ho iniziato a piangere. Credetemi, ho la pelle durissima e l'anima piena di cicatrici mai rimarginate: quando ero un cronista di nera a Palermo tra gli anni Ottanta e Novanta ho visto e raccontato la feccia e l'orrore, il disonore e la viltà mentre ancora oggi quasi ogni notte tornano a farmi visita gli spettri di un'estate maledetta con brandelli di corpi sparsi su quel che rimaneva di un'autostrada a Capaci e tra i palazzi sventrati in via D'Amelio.

Il duro regime di reclusione dei detenuti di mafia

Lì, a Spoleto, ho iniziato a regolare i conti col mio passato, grazie a quello che considero un vero privilegio dei parlamentari: poter visitare in ogni momento le carceri. Nel cuore dell'Umbria c'è, dopo l'Aquila, la più alta concentrazione in Italia di condanne definitive con 41bis: sono i detenuti di mafia, molti con "fine pena mai" e dunque ergastolani. Sono dei sepolti vivi, tanto per capirci. Soggetti a un regime di reclusione durissimo per evitare qualsiasi contatto con l'esterno: vivono da soli 22 ore al giorno in una cella dove letto e mobiletto sono bullonati per terra, non è consentito cucinare e neppure installare una zanzariera. In cella o stai sdraiato o esaurisci lo spazio per camminare in tre passi o si guarda la tv fino a mezzanotte.

Si va all'"aria" al massimo in due in "passeggi" chiusi da muri di cemento. È concessa una telefonata al mese di un'ora e un colloquio di un'ora al mese e sempre controllato a vista: da un po' possono toccare o tenere sulle ginocchia i figli minori per tutta la durata del colloquio perché fino a poco tempo fa questo tempo era limitato a dieci minuti. E immaginate come poteva reagire un bambino di otto o dieci anni quando era costretto a staccarsi dal padre. In cella possono tenere poco o nulla.

Le condizioni degli agenti di polizia penitenziaria

La loro vigilanza è affidata agli agenti del Gom, il Gruppo operativo mobile della Polizia penitenziaria. Sono un'eccellenza per la loro professionalità e umanità, eppure come spesso capita maltrattati dall'amministrazione statale. Sono sotto organico eppure vengono riconosciute appena 41 ore di straordinario al mese: tutte quelle che accumulano in più - spesso anche 30 o 40 ore - vanno a ingrossare i "riposi compensativi" (dunque zero euro in busta paga), la quasi totalità viene trasferita per ragioni di sicurezza dopo un periodo di alcuni anni e dunque la famiglia non vive con loro. Perché allora non prevedere per questi agenti, soggetti a uno stress psicologico enorme essendo di fatto detenuti tra i detenuti, almeno l'utilizzo gratuito del telefono? Perché non rimborsare le spese di viaggio per raggiungere le famiglie? Ecco, la visita di un parlamentare serve anche a sollecitare, appena ci sarà un governo, misure come queste.

Il carcere di Spoleto rappresenta un modello virtuoso per organizzazione e attività di recupero: accanto ai laboratori di falegnameria con un bellissima liuteria c'è una biblioteca fornita di libri donati dalla Presidenza della Repubblica dove tra breve inizierà un torneo di scacchi in streaming con il carcere di Chicago. Qui detenuti e agenti parlano spesso per sigle. Gli As3, ad esempio, sono i detenuti con il più alto grado di sicurezza, nel senso che sono i più pericolosi per il tipo di reato commesso: anche in questo caso hanno condanne definitive per fatti di sangue o legati ad associazioni a delinquere ad esempio per il traffico di stupefacenti. Per capire la differenza tra i 41bis e gli As3 (a Spoleto sono circa 250) immaginate il corridoio di un convento di clausura e quello del dormitorio di un oratorio.

La triste storia di un "ergastolano ostativo"

Ti imbatti in storie terribili, in vicende umanamente devastanti. Per quel poco che posso comprendere dell'animo umano sono sufficientemente sicuro che alcuni di loro scontano pene pur essendo innocenti mentre altri meriterebbero - come mi hanno onestamente e convintamente riferito agenti ed educatori - di avere un'occasione di reinserimento nella società. Accenno a un caso, per tentare di essere più chiaro, che riguarda un ergastolano. Anzi: "ergastolano ostativo", cioè colui che non potrà godere di alcun beneficio (permessi, semilibertà, libertà condizionale) anche dopo 26 anni ininterrotti in galera. Per essere ancora più espliciti: l'ergastolo ostativo prevede che si muoia in carcere.

Alberto, che non si chiama così, è in cella per omicidio da quasi 15 anni e di anni ne ha meno di 50. La sentenza di condanna definitiva è motivata in una decina di pagine scarse e si basa su dichiarazioni di alcuni pentiti. Alberto, al quale uccisero la madre quando aveva cinque anni, quell'omicidio giura di non averlo commesso: l'ultima speranza è legata alla revisione e la Corte di Strasburgo ha giudicato ammissibile il ricorso. Alberto è sicuro che prima o poi gli sarà restituita la libertà ma non potendo vivere il suo tempo ha deciso di congelarlo: lui lo ha fatto con il suo seme, la moglie con i suoi ovuli. "Mio figlio nascerà solo se il padre avrà la dignità di un uomo libero e per bene", mi ha sussurrato. Anche per questo ho pianto quando sono uscito dal carcere. Perché lì dentro c'è di sicuro un'umanità tradita da molti di quei detenuti, ma è altrettanto certo che c'è un'umanità negata. 


(Articolo pubblicato sul n° 17 di Panorama in edicola dal 12 aprile con il titolo "Che pena quelle celle")


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