Maurizio Tortorella

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Gli annunci occhieggiano dalle pagine di Facebook. All’inizio commuovono. Poi sconcertano, lasciano esterrefatti. Alla fine indignano. «Dario, che ha cinque anni, cerca una famiglia affidataria che lo accolga…». «Cerchiamo una famiglia che accolga nella propria casa Gioele, un ragazzino di 12 anni e mezzo, desideroso di imparare e fare esperienze nuove…». «Francesca e Michael vivono da due anni in comunità (…) cercasi famiglia nell’area metropolitana di Milano, o comuni limitrofi, disponibile ad accoglierli….».

Nei giorni dello scandalo di Bibbiano, il comune emiliano dove la magistratura sospetta un osceno mercato di bambini strappati illecitamente alle loro famiglie, si deve proprio leggerli due, tre, quattro volte questi messaggi in bottiglia lanciati nel mare di Internet, per convincersi che sono veri. Ma è così. E su Facebook sono tanti, più di quanti sia possibile immaginare.

A pubblicarli, con insistenza, assiduità e frequenza, sono associazioni del volontariato e organizzazioni contro l’abbandono minorile. Tutte hanno qualche collegamento con i servizi sociali e gli stessi Tribunali dei minori che gestiscono la delicata materia dell’affido familiare. Perché altrimenti non si capirebbe come possano essere in possesso di casi dettagliati, con nomi, età e caratteristiche dei bambini da collocare. Il contatto con le istituzioni è certificato, a volte, dal fatto che gli annunci terminano con l’invito a rivolgersi alle cancellerie dei tribunali.

Non è certo un male che ci siano associazioni che fanno di tutto per trovare una famiglia ai bambini sottratti dai servizi sociali ai loro nuclei familiari. Anzi, è uno sforzo meritorio. L’affido familiare, infatti, è preferibile al trasferimento del minore in una struttura d’accoglienza: si suppone che il calore di una famiglia, per quanto temporanea, sia da preferire a un’esperienza generalmente più fredda e traumatica come l’inserimento in una comunità. Lo stesso Andrea Carletti, il sindaco di Bibbiano che il 27 giugno è finito agli arresti domiciliari perché accusato di abuso d’ufficio e di falso ideologico nell’inchiesta «Angeli e Demoni», tre anni fa vantava il fatto che il suo comune puntasse proprio sugli affidi: «Abbiamo cercato di ricorrere meno alle comunità, che pure sono fondamentali ma dove per seguire un bambino servono 50 mila euro l’anno. Gli affidi costano molto meno». È vero: un bimbo piazzato in casa famiglia costa agli enti locali da 70 a 400 euro al giorno, mentre le famiglie affidatarie ottengono rimborsi da 400 a 700 euro mensili per minore.

Le associazioni, quindi, svolgono un compito utile anche per prevenire il business improprio delle case famiglia. Quello che sconcerta, però, è il metodo, e soprattutto il mezzo. È possibile che i 29 Tribunali minorili e i servizi sociali degli 8 mila comuni italiani si debbano ridurre a usare Facebook, per trovare qualcuno cui affidare i bimbi sottratti alle famiglie d’origine, piccoli che si presume siano stati maltrattati o in difficoltà, o giovanissimi immigrati senza padre né madre? La magistratura minorile, soprattutto, non ha un bacino di soggetti a disposizione, già verificati e controllati, cui rivolgersi? Non ci sono albi, elenchi? E come vengono valutati i soggetti che si propongono per un affido familiare? Dato che alcuni annunci su Facebook parlano di un «affido urgente», il sospetto è che in certi casi le pratiche siano accelerate. In quei casi i controlli sono forse semplificati? È così? Se è così, è un sistema sgangherato, che non può che fare danni e creare abusi.

Cristina Franceschini, l’avvocato veronese che cinque anni fa ha fondato la onlus «Finalmente liberi» contro l’eccessiva facilità degli allontanamenti dei minori dalle rispettive famiglie, è giustamente scandalizzata: «Facebook è un sistema improprio, sbagliato. Ho scoperto forum dove c’è chi si propone come affidatario “per qualche settimana”; dove coppie senza figli cercano bambini “per farci compagnia”. L’affido familiare non è questo: è una cosa seria, difficile, impegnativa. Bisogna sacrificarsi per bambini traumatizzati, con problemi gravi».

Quel che turba, in effetti, è proprio la superficialità del mezzo. Certi annunci per l’affido ricordano quelli utilizzati per trovare una casa a randagi e cucciolate. Avete presente, no? «Mi sono appena nati otto gattini, carini e tutti sani come pesci. Chi li vuole?». E infatti anche le bacheche sugli affidi animali sono su Facebook, soltanto un po’ più in là. La logica è parallela, il paradigma è simile, si sovrappone. È un confronto che fa male al cuore, ma viene spontaneo. E non va scordato che Facebook è il bosco informatico infestato da lupi cattivi, pedofili e maniaci. Non si può usare un social network con tanta superficialità.

Eppure le schede dei bambini sono lì, a centinaia. E commuovono, e sconcertano. «Help, mi volete in affido?» grida Miriam, cinque anni, sulla pagina Facebook del gruppo Cerco famiglia, dove viene descritta così: «Benvoluta sia dalle insegnanti che dagli altri bambini grazie al suo atteggiamento timido e dolce».

Sulla pagina Facebook di Cicogne, cavoli e telefoni, una comunità che si propone di «fare conoscere l’affido familiare in modo semplice, parlando di vissuti, di emozioni e di momenti di vita vera», gli annunci sono tanti. «Francesca e Michael vivono da due anni in comunità con la madre», si legge in un post. In poche righe sono elencate le caratteristiche dei due bimbi, poi arriva l’appello: «Cercasi una famiglia nell’area metropolitana di Milano, o comuni limitrofi, disponibile ad accoglierli offrendo loro affetto, stabilità e serenità (…). Per saperne di più, contatta…». Seguono telefoni ed email del Servizio affido familiare di Azienda comuni insieme, il consorzio di alcuni municipi lombardi.

A leggere, qua e là, viene da pensare a che cosa debba passare per la mente di un padre o di una madre che riconoscono un post che parla del proprio figlio. O che riconosca sé stesso nella descrizione di «genitore fragile» o «inadeguato». Un altro appello, del 15 luglio: «Dario è un bambino dolce e in cerca di riferimenti affettivi costanti e calorosi (…). Per Dario stiamo cercando una famiglia con figli che lo accolga a tempo pieno, accompagnandolo e stimolandolo nel suo percorso di crescita». Seguono numeri ed email del Servizio per l’affido familiare del Legnanese.

L’uso di Facebook, va detto, non è nuovo. Sul Forum dell’Aibi, l’Associazione amici dei bambini, ci sono annunci antichi. Questo è del 2012: «Il Tribunale dei minori di Milano cerca una coppia che possa accogliere Anna, una tredicenne originaria dell’Europa dell’Est, in Italia da tre anni e orfana di entrambi i genitori (…). Anna desidera fortemente una famiglia che l’accolga, che la ami e che la sappia aiutare a superare il dolore della perdita dei suoi familiari. Chi fosse interessato è pregato di inviare un fax alla Cancelleria adozioni del Tdm di Milano, all’attenzione della dott.ssa…».

«C’è un altro problema» suggerisce l’avvocato Franceschini: «Analizzando i forum, spesso si avverte l’idea o il suggerimento che l’affido possa essere la via “veloce” per arrivare a un’adozione strisciante, senza i giusti controlli delle adozioni vere. La stessa Commissione parlamentare per l’infanzia due anni fa disse che troppi affidi erano senza fine». Così si creano sistemi malati, conclude l’avvocato, con bambini che potrebbero e dovrebbero tornare a casa loro, invece finiscono per sempre altrove. È un’anomalia grave. Un altro scandalo italiano.

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