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Cronaca

Anche i padri inconsapevoli hanno diritti

Una sentenza della Cassazione stabilisce che un uomo ha diritto di sapere se è diventato padre, negando alla donna di poterlo nascondere.

E' dall'immediato dopoguerra, da quando cioè è stata affermata la parità di genere nella Dichiarazione Universale dei diritti umani, che il mondo occidentale rincorre questo totem attraverso leggi ed enunciazione di principi volti a eliminare ogni discriminazione fra uomo e donna.

C'è sempre stato, però, un fattore biologico che attribuisce alle donne un potere che un maschio non avrà mai, ponendola in una posizione di assoluto privilegio operando un'inversione totale dei rapporti di forza: il diritto al concepimento o, persino, al non concepimento.

Dacché il Buon Dio o Madre Natura (per chi preferisce) ha previsto che la gestazione avvenga nel grembo materno, la donna ha sempre avuto la prerogativa esclusiva di decidere le sorti del frutto del concepimento: può scegliere se far nascere il bambino (laddove esista una legge che consenta l'interruzione di gravidanza, ma - in passato - anche in assenza di questa), può scegliere se riconoscerlo alla nascita e può, persino, decidere se informare o meno il padre biologico.

Il tutto senza alcuna conseguenza giuridica perché gli uomini non hanno alcun diritto: non possono mettere 'becco' in caso di aborto, non possono decidere di non riconoscere il figlio (perché un Tribunale, fatto il test del DNA, ne disporrebbe comunque la paternità per sentenza), non possono nemmeno reclamare il diritto di sapere di essere padri.

Quanti lo scoprono solo 'dopo', magari quando il bambino è già nato o è già grande? Di queste omissioni si è occupata la Suprema Corte di Cassazione, in piena pandemia, con una sentenza che oserei definire storica e che avrebbe meritato una ribalta maggiore, mentre invece è stata sostanzialmente ignorata dai media.

Il nostro massimo organo giurisdizionale ha per la prima volta riconosciuto come l'omessa informazione dell'avvenuto concepimento, da parte della donna consapevole dell'altrui paternità, può tradursi in una condotta antigiuridica ai danni del padre biologico, lesiva del suo diritto all'identità genitoriale, generando un danno grave ed ingiusto suscettibile di risarcimento.

Un'affermazione che, all'atto pratico, cambia poco: nessuno restituirà ai padri mancati - non per loro volontà - gli anni perduti e ciò che hanno drammaticamente sacrificato senza saperlo. Ma almeno oggi c'è l'enunciazione di un importante principio che squassa l'immobilismo di una discriminazione storica.

Un uomo ha il diritto di sapere di essere papà e ha il diritto di farlo: la donna che impedisca tutto ciò viola principi di legge non scritta ma comunque incorporata nel nostro ordinamento e deve pagarne le conseguenze risarcendo l'uomo cui ha sottaciuto una fondamentale verità.

Accontentiamoci, per il momento, di questa finanche commovente novità che assegna un piccolo/grande punto ad uno schieramento, quello dei padri, rimasto vergognosamente a secco da quando Eva rubò la mela nel giardino dell'Eden e fu condannata a partorire, ignara che avrebbe poi esercitato un potere esclusivo, solo in parte messo in discussione migliaia di anni più tardi da un collegio di giudici della Corte di Cassazione italiana.

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