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Come sta andando la guerra in Siria e in Iraq

Il premier iracheno Haidar Al Abadi chiede maggiori sforzi alla coalizione internazionale. E riceve forniture di armi da un miliardo di dollari da Mosca


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Dal Cairo, dove è arrivato lunedì 12 gennaio per colloqui con il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, il primo ministro iracheno Haidar Al Abadi ha espresso disappunto per la “lentezza” delle operazioni della coalizione internazionale e per i ritardi accumulati nelle forniture di aiuti militari (equipaggiamenti e logistica) all’esercito di Baghdad. Con il capo di Stato egiziano Abadi ha parlato della necessità di arginare il conflitto in Siria. L’obiettivo sarebbe duplice: costringere all’indietreggiamento lo Stato Islamico e gli altri gruppi jihadisti con un intervento militare più deciso da parte dell’Egitto e, in un secondo momento, colmare il vuoto di potere attraverso l’istituzione di amministrazioni transitorie congiunte tra forze governative e di opposizione.

 Intanto il quotidiano russo Vedomosti ha pubblicato la notizia secondo cui Mosca è pronta a fornire armi e munizioni all’Iraq rispettando un contratto firmato nel luglio 2014, quando una delegazione ministeriale irachena, guidata dal ministro della Difesa Saadoun al-Dulaimi, si recò in Russia per mettere nero su bianco l’accordo. Il contratto, il cui valore è di un miliardo di dollari, prevede la fornitura di 2 o 3 sistemi di lanciatori GRAD, mortai, 4 razzi vettori, lanciafiamme e munizioni.

 Sempre da Mosca è arrivata nelle ore scorse un’interessante dichiarazione da parte del capo del dipartimento degli affari esteri russo, Ilya Rogachev, secondo il quale lo Stato Islamico rappresenta una minaccia diretta non solo per la Francia e l’Europa ma anche per Mosca, motivo per cui il Cremlino si è detto pronto a sostenere i governi mediorientali e a cooperare con l’Occidente nella lotta contro i gruppi jihadisti. Nonostante questa dichiarazione, il Cremlino non ha però ancora confermato la sua partecipazione al summit internazionale anti-terrorismo organizzato per il 18 febbraio a Washington.

 

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Gli sviluppi del conflitto in Siria e Iraq
Gli ultimi report dell’Institute for the Study of War (ISW), centro americano di ricerca e analisi sugli scenari di guerra e sugli affari militari, attestano che tra il 10 e il 13 gennaio i miliziani jihadisti dello Stato Islamico in Siria si sono assicurati il pieno controllo della regione orientale di Raqqa – di cui detengono ormai da tempo la città, capitale dello Stato Islamico in Siria – oltre a significative porzioni di territorio nei dintorni di Aleppo verso nord e nell’area di Hassakeh e Deir al-Zour verso est. Altri report del Syria Needs Analysis Project confermano invece l’avanzata di altri gruppi di opposizione in Siria, i quali avrebbero guadagnato terreno verso Idlib e Hama, a nord, e verso Deraa e Quneitra, a sud.

 

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In Iraq, invece, nella giornata del 12 gennaio le forze governative avrebbero respinto un tentativo da parte dei miliziani dello Stato Islamico di infiltrarsi nell’area di Al Mallaha a Biji, 40 chilometri a nord di Tikrit. Negli scontri sarebbero morti circa dieci miliziani jihadisti. Di recente l’avanzata di IS in Iraq ha interessato le aree di Sinjar e Ayadhiya a nord del distretto di Tal Afar, mentre tentativi di far indietreggiare i peshmerga sono stati portati avanti nell’area orientale di Qayarrah a sud di Mosul, zona di recente riconquistata dalle forze curde alleate della coalizione internazionale.

 I ripetuti attacchi condotti in questa zona dallo Stato Islamico mirano a evitare che l’area diventi un avamposto per i raid aerei della coalizione verso la provincia di Salah ad-Din e verso il sud di Mosul. Un altro attacco jihadista è stato segnalato nei pressi di Arab Jubur, vicino Baghdad. Se confermato, rappresenterebbe un pericoloso passo avanti dello Stato Islamico verso la capitale irachena.

 Resta drammatica, infine, la situazione umanitaria nei pressi del valico di Maktab Khalid, dove IS impedisce alle popolazioni di abbandonare i territori sotto il suo controllo.

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