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Calcio

Tre proposte per salvare il calcio italiano

Travolto dallo scandalo Juventus, preso a schiaffi dalla politica e in perenne crisi, il nostro pallone prova a guardare al futuro: come garantirsi la sopravvivenza e un futuro più sereno?

Lo scandalo che sta travolgendo la Juventus ha avuto l'effetto di una tempesta perfetta sul calcio italiano, alle prese con una crisi di sistema strutturale irrisolta e resa ancora più drammatica dal Covid. Non ci sono più soldi, per nessuno o quasi. Con il pallone si perdono danari (anche il virtuoso Napoli di De Laurentiis si è dovuto arrendere a un pesante -52 milioni di euro), ci si indebita e si rischia l'osso del collo, non solo metaforicamente come le vicende bianconere dimostrano. E' un sistema malato (citazione lucida dello stesso ADL), in perenne conflitto con se stesso e con tutto quello che lo circonda; condannato a vivere sul filo e a vedere sparire pezzi della sua identità. La differenza rispetto al passato è che lo tsunami sta travolgendo anche il vertice della piramide e non solo la base, come fa ininterrottamente da un ventennio con centinaia di club tra Serie B e C letteralmente spariti. Inghiottiti, rinati, perennemente a rischio morte prematura.

La storia delle plusvalenze fittizie, delle manovre stipendi, delle intercettazioni che imbarazzano (pur sapendo che oggi leggiamo solo la ricostruzione della Procura di Torino e che nulla sarà definitivo sino al termine di un regolare processo), sono la tempesta perfetta che si abbatte sul calcio mentre tratta da posizione di debolezza con il Governo per farsi dare una mano. E mentre attende risposte dalla Corte europea sul modello di business ad altissimo livello, con la guerra intorno al ruolo della Uefa a fare da sfondo.

Come si salva un'industria che spende più di quanto incassa, ha sulle spalle oltre 5,4 miliardi di debiti fatturandone 3,4 e perdendone 1,2 quando tira l'ultima riga del conto economico? E che non può rassegnarsi alla decrescita felice, perché gli altri corrono a doppia velocità, investono trascinati da un contesto che gli ha permesso di dotarsi di infrastrutture o perché hanno attratto le montagne di denaro degli emiri? Può essere che la sfida sia già persa e che il calcio italiano sia destinato a un lento (nemmeno troppo) e inesorabile declino. Eppure in questi giorni in cui la parola d'ordine è "fare pulizia" qualche idea si può portare che non sia il solito mezzuccio di un emendamento per prendere tempo come accaduto con la rateizzazione dei debiti fiscali: una mannaia da mezzo miliardo di euro che rischiava di decapitare la Serie A prima di Natale.

SERVE UN CALCIO LIBERO DALLA BUROCRAZIA

Prima proposta: azzerare la burocrazia che sta uccidendo il nostro pallone. Garantire la possibilità di fare impresa, stimolare gli investimenti, consentire che anche in Italia, così come accade in tutto il mondo, i club possano spendere per costruire stadi all'avanguardia legando i progetti a piani di sostenibilità. Non speculazione, ma nemmeno immaginare che in Italia ci debba essere qualcuno che immagina di spendere centinaia di milioni di euro in un impianto senza poterci costruire attorno qualcosa che lo renda economicamente vantaggioso.

La Legge Stadi esiste ma non funziona. Le vicende di Roma e di Milano sono umilianti per un Paese che pare rifiutare la modernità: non è un problema solo del calcio, ma su questo muro il calcio si sta giocando presente e futuro da comprimari. I nostri stadi sono vecchio (età media 64 anni), scomodi (solo 59% posti coperti) e ancora maledettamente pubblici (93%) perché i privati vengono trattati nella migliore delle ipotesi da speculatori. La storia simbolo? Commisso che vuole rifare il Franchi di Firenze, ha 300 milioni da spendere, si schianta sulla Sovrintendenza e sul Comune e poi il Franchi lo rifanno inserito nel PNRR. Un capolavoro italian style.

I CALCIATORI DIVENTINO LIBERI PROFESSIONISTI

Seconda proposta: i calciatori smettano di essere lavoratori dipendenti e cambino il loro status in quello di liberi professionisti. Lo sappiamo, fa ridere, ma è così. Cristiano Ronaldo è stato un dipendente della Juventus per tre anni al pari della segretaria che gestisce gli appuntamenti di un dirigente. Solo che CR7 e tutti gli altri sono in realtà delle aziende che rispondono a se stessi ed è un miracolo se rispettano fino in fondo i contratti che firmano: hanno sponsor propri, curatori dell'immagine e della comunicazione, agende ingolfate di appuntamenti da far conciliare con quelle sportive.

Ha detto l'amministratore delegato dell'Inter, Beppe Marotta, che questa sarebbe la strada più veloce per abbattere i costi in maniera considerevole e aiutare i club a sopravvivere. E' la realtà. Non potendo introdurre il salary cap perché vietato dall'Europa e non avendo la cultura sportiva nord americana che non prevede promozioni e retrocessione, consentendo alle aziende piani di investimento a lunghissimo termine, rimane la strada battibile. Chi ha enorme talento avrà enormi guadagni come adesso, magari qualcosa in più. Per gli altri si cancellerà l'anomalia di finti lavoratori dipendenti abituati a trattare solo al netto perché il lordo è un problema dei rispettivi datori di lavoro.

UN PIANO MARSHALL DAL GOVERNO (CONDIZIONATO)

Terza proposta: nel periodo post Covid il cinema ha avuto un miliardo di euro a fondo perduto, il calcio zero. Tutti i governi che si sono succeduti lo hanno trattato a pesci in faccia e lo stesso faranno i prossimi, inutile illudersi, salvo far rientrare dalla finestra con qualche emendamento inserito al volo quello che è stato respinto all'uscio principale. E' un errore catastrofico perché il calcio è una macchina da soldi per lo Stato e riceve molto meno di quello che dà.

Nel 2019 ha versato all'Erario 1,476 miliardi di euro, il 70% dell'intero contributo in tasse e contributi dell'intero sport. La FIGC ha calcolato che per ogni 18 euro indirizzati, ne è tornato indietro solo uno. Quando i politici di turno (senza troppe differenze di schieramento) si prendono la scena per dire che non si può dare nemmeno un cent ai ricchi viziati del pallone, descrivono una realtà già attuale e peccano di miopia.

Già sarebbe un passo avanti che lo Stato riconoscesse al calcio una parte della ricchezza che produce, ad esempio più dello 0,5% sugli 11 miliardi e rotti di raccolta da scommesse sportive che sono immorali secondo il Palazzo (che ha vietato le scommesse betting provocando un buco da cento milioni l'anno), ma che su quella raccolta recupera parecchio denaro per il suo bilancio.

In ogni caso, la proposta è un piano Marshall straordinario: mettere nelle tasche del pallone gli stessi denari riservati ad altri settori della cultura e dell'intrattenimento (diciamo un miliardo a fondo perduto) vincolandolo alla realizzazione di una riforma. Una sola. Togliere la Lega Serie A dal controllo dei presidenti, obbligarla a strutturarsi con una governance esterna di professionisti strapagati ma anche con pieni poteri. In pieno stile americano. Non piace ai padroni delle società? Niente soldi. Ma se passa è una svolta epocale e se si salva e cresce la Serie A, a cascata, si salva e cresce tutto il calcio italiano.

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