lotito lazio tamponi covid coronavirus immobile positivi caos penalizzazione
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Calcio

Caos tamponi, tutti contro la Lazio

La vicenda delle positività in Champions (ma non in Italia) mina la credibilità del sistema dei controlli. Le zone d'ombra di una vicenda che rischia di costare caro - FURBETTI DEL TAMPONE, COSA PREVEDONO LE REGOLE

La vicenda dei tamponi della Lazio, con esito asseritamente difforme tra laboratorio europeo e laboratorio italiano, sta avvelenando i pozzi nel mondo del calcio. Non si tratta solo di rispetto o no del protocollo dato dalla Figc, dopo lungo e faticoso lavoro con il CTS e il ministero della Salute, per consentire al pallone di fermarsi. Alla radice c'è una diversa visione in tema di positività e negatività, con una società e un responsabile medico che, secondo quanto pare emergere dall'inchiesta aperta dalla Federcalcio, hanno agito su quel limite di autonomia gestionale che separa il comportamento lecito da quello illecito.

La posta in gioco è altissima. Non si tratta solo di capire se la Lazio ha violato il protocollo esponendosi a sanzioni molto dure che vanno dall'ammenda (ma in questo caso sarebbe difficile immaginare una semplice multa) all'esclusione dal campionato con in mezzo due soli step come penalizzazioni in classifica e retrocessioni.

IN GIOCO LA CREDIBILITA' DEL CALCIO ITALIANO

In ballo c'è la credibilità di tutto il sistema dei controlli nel calcio italiano che è poi la base su cui in questi mesi Figc e Lega Serie A hanno incardinato con il Governo il dibattito sulla possibilità di andare avanti senza fermarsi. Ecco perché, al di là delle ricadute sportive, la Procura della Figc sta ricostruendo quanto accaduto sull'asse Svizzera (laboratorio Uefa)-Avellino (laboratorio Lazio) e la Lega si sta muovendo per compiere il passo negato in estate e cioè centralizzare i controlli anche per la Serie A in modo da evitare difformità interpretative.

Una scelta che comporta maggiori costi e difficoltà logistiche, ma che si impone come obbligatoria per cancellare l'impressione di un mondo che pieghi alle proprie esigenze le regole che faticosamente si è dato. E' il prezzo da pagare perché il cortocircuito innescato dal caso Lazio venga disinnescato così come è avvenuto per quello che ha visto protagonista il Napoli nella mancata presentazione in campo a Torino per il quale è atteso il giudizio d'appello nei giorni in cui il campionato si ferma a inizio novembre per la sosta delle nazionali.

IL BALLETTO DEI TAMPONI

Il caso Lazio sta facendo, però, emergere alcune zone d'ombra che meritano di essere chiarite. Intanto non è la prima volta che il laboratorio Synlab cui si appoggia l'Uefa consegna esiti diversi rispetto a quelli accreditati in Italia. Era successo anche all'Inter con Hakimi, poi risultato falso positivo certificato anche dall'ATS, e all'estero ci sono altri casi. Una certa uniformità sarebbe raccomandabile anche se da Nyon si sottolineano i numeri di questo avvio di stagione come conferma di una strategia fin qui perfetta nel contenere i problemi.

E poi c'è la questione dei rapporti tra la Lazio e le autorità locali. La prima positività di Immobile e degli altri giocatori coinvolti è certificata il 26 ottobre. Saltano la trasferta a Bruges in Champions League ma rientrano in gruppo per quella a Torino di campionato perché il laboratorio di Avellino al quale si appoggia il club ha dato esito negativo. Che torna, però, positivo il 2 novembre per Synlab e per la Uefa con esclusione dalla trasferta a San Pietroburgo. In mezzo, da quanto emerge, solo contatti telefonici con l'Asl competente e nessuna comunicazione formale che facesse scattare il tracciamento dei contatti all'interno del gruppo squadra e la conseguente applicazione del protocollo compresa la parte che garantisce la possibilità di uscire dall'isolamento fiduciario per disputare le partite previo ulteriore giro di tamponi.

Un pasticcio inestricabile che pone le istituzioni del calcio italiano davanti a un bivio. Perché, se confermata, la violazione della Lazio è grave e va punita con durezza, altrimenti si deve riscrivere parte dei protocolli col rischio però di dare la sensazione di un sistema che vive con regole e parametri differenti rispetto al resto del Paese. E in periodo di lockdown, chiusure e restrizioni dolorose non è il modo migliore di approcciare al tema.

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