7 sistemi elettorali per 7 regioni
ANSA/Thierry Pronesti
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7 sistemi elettorali per 7 regioni

Dal ballottaggio al premio, dalle soglie al voto disgiunto alle preferenze: regione che vai, sistema elettorale che trovi

Al fischio finale conterà soprattutto quello che rimarrà scritto sul tabellone. Se il Pd avrà fatto il quasi en plein, se oltre che in Veneto perderà anche in un'altra regione tra Liguria e Campania o se in tutte e due. Ma qualunque sarà il risultato delle elezioni del 31 maggio, bisognerà interpretarlo anche alla luce di una follia tutta italiana: domenica prossima, in 7 regioni, si voterà infatti con 7 sistemi elettorali diversi.

Grazie alle revisioni costituzionali del 1999 e 2000 che hanno concesso a ogni regione la facoltà di scegliersi il metodo che preferiva, anche se si fosse votato in tutte e 20, ci saremmo trovati davanti ad altrettante norme. Alla chiusura delle urne, potremmo teoricamente avere addirittura 6 governatori eletti su 7. In Toscana, infatti, è previsto il ballottaggio.

Probabilmente Enrico Rossi, il governatore rosso uscente e dato in nettissimo vantaggio su tutti gli sfidanti, ce la farà agevolmente al primo turno. Ma si fosse trattato della Liguria o della Campania, sarebbe andata proprio così. Regione che vai, sistema che trovi anche per quanto riguarda il premio di maggioranza. In Liguria per assicurarsi la maggioranza in consiglio bisogna prendere almeno il 35%, in Veneto basta arrivare primi. Voto disgiunto a seconda, preferenze e soglie d'accesso variabili. 

Liguria

Perché da settimane si parla soprattutto della Liguria come della regione dove l'esito del voto è più incerto? Perché al netto della rimonta azzurra di Giovanni Toti e della sfida a sinistra lanciata da Pastorino, la dem Raffaella Paita è la candidata a vincere che rischia di non poter governare. Qui esiste ancora il vecchio “Tatarellum”, il sistema elettorale uguale per tutti prima che ogni regione si ritagliasse il proprio su misura.

Funziona così: l'80% dei seggi viene distribuito con il proporzionale su base provinciale, il restante 20% (6 consiglieri su 30 più il presidente) è assegnato al listino regionale bloccato del candidato presidente vincitore. Ci sono quindi due voti diversi: a livello provinciale, per vincere bisogna prendere almeno il 35%, a quello regionale il 51%. Impresa pressocché impossibile e che condanna chiunque ad alleanze post voto per garantirsi la governabilità. Per il resto, entrano le liste che prendono almeno il 3% (il 5% se sono collegate a quella del candidato governatore) ed è previsto il voto disgiunto.

Veneto

 Tutt'altra storia quella del Veneto dove basta arrivare primi per assicurarsi il premio di maggioranza. Premio che varia a seconda della percentuale ottenuta: sotto il 40% la coalizione più votata prende comunque il 55% dei seggi, tra il 40 e il 50% il 57,7%, oltre il 50% il 60% dei consiglieri. Ecco perché la riconferma di Luca Zaia non è mai stata messa in discussione e l'improbabile successo della Pd Moretti sarebbe circondato dall'aurea dell'impresa mitologica. C'è una soglia di sbarramento unica al 5%, è previsto il voto disgiunto e le preferenze, ma solo una per ogni elettore. 

Toscana

Nato dall'accordo tra il Pd di Enrico Rossi e l'opposizione di centrodestra guidata dal plenipotenziario azzurro in Toscana Denis Verdini, il cosiddetto "Toscanellum", entrato in vigiore nel 2014, è praticament eun Italicum in formato ridotto. È tutto uguale: il premio di maggioranza, il ballottaggio, le soglie, la doppia preferenza di genere. Se nessuno raggiunge il 40% si va al secondo turno. A chi prende almeno il 45% delle preferenze spetta il 60% dei consiglieri, tra il 40 e il 45% il 57,7%. Sono previsti il voto disgiunto e la doppia preferenza con alternanza di genere. Le soglie per entrare sono: 10% per le coalizioni, 5% per i non coalizzati e 3% per le liste in coalizioni.


Umbria

Se in Umbria la presidente uscente Catiuscia Marini si ritroverà con una maggioranza bulgara sarà perché le basterà prendere anche un solo voto in più del secondo classificato per aggiudicarsi il 60% dei seggi, ossia 12 su 20. Turno unico secco, doppia preferenza di genere, no voto disgiunto.

Marche

 Qui la percentuale minima per assicurarsi il premio di maggioranza (ossia 15 consiglieri più il governatore) è del 34%. Prendendo tra il 37% e il 40% i posti in consiglio salgono a 17, oltre il 40% a 18. Ma se nessuno raggiunge la soglia minima, si procede alla distribuzione con metedo proporzionale. Lo sbarramento per le coalizioni è al 5%, per le liste al 3%. Non si può esprimere il voto disgiunto ed è concessa solo una preferenza.

Campania

Qui, comunque vada, alle opposizioni è garantito almeno il 35% dei seggi. Chi vince prende tra il 60 e il 65% su 50 consiglieri in tutto. È ammesso il voto disgiunto, la doppia preferenza di genere e per le liste collegate al candidato che non raggiunge il 10%, una soglia di sbarramento molto bassa, al 3%.

Puglia

 Anche in Puglia il premio di maggioranza varia a seconda della percentuale ottenuta dal vincitore: per assicurarsi 29 consiglieri su 50 bisogna arrivare al 40%, tra il 35 e il 40% ne vengono assegnati 28, sotto il 35% basta arrivare primi per prenderne 27. Sì al voto disgiunto, no alla doppia preferenza di genere. Soglia di sbarramento all’8% per le coalizioni e per le liste che si presentano da sole, che scende al 4% per le liste in coalizione. 

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