Musica

Dj Shimza, il re dell'afro-tech

Ha creato uno stile che fonde musica dance e ritmi tribali. Così, partendo dalla periferia povera del Sudafrica, è arrivato a far ballare mezza Europa

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Marco Morello

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Da adolescente, di notte, camminava fino a tre ore per ritornare a casa. E Tembisa, la cittadina alla periferia di Johannesburg in cui viveva, era il contrario di un posto sicuro: «Non c’erano lampioni, ma buio pesto. Me la sono vista brutta, hanno tentato di derubarmi, sono sempre riuscito a fuggire». Suo padre è morto quando era molto piccolo; la madre, insegnante, doveva provvedere a lui e ai suoi due fratelli più grandi: «Faceva fatica, a volte. Da ragazzo non ho mai avuto il privilegio di essere accompagnato in un posto e poi venuto a prendere». Ma Ashley Raphala aveva una meta fissa, nei piedi e nella testa: non voleva mancare alle feste della zona. «Non per ubriacarmi o drogarmi. I miei parenti pensavano fossi problematico, perché facevo spesso tardi. Ma io andavo fuori per la musica. Letteralmente. Mi mettevo accanto ai deejay e imparavo da loro».

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Shimza, nome d’arte di Ashley Raphala, 30 anni

Oggi, quindici anni più tardi, la sua passione giovanile gli ha consentito di scrivere una storia a lieto fine. Il suo nome d’arte da dj, Shimza («in omaggio a mio nonno, che mi chiamava “Shimi”» spiega), è conosciuto in tutto il continente, dall’Angola al Mozambico, dall’Uganda al Kenya. Merito dello stile che ha inventato, l’«afro-tech», una combinazione di sonorità tribali e dance più canonica: «Uso molto i tamburi, fusi con i generi house e techno. Il risultato è un accento particolare, unico, sul piano del ritmo. Che in pista fa ballare tanto». Un mix premiato dalla rivista americana Billboard, la bibbia delle note, che l’ha inserito nella lista dei cinque deejay emergenti su scala globale per il mese di luglio. Un sound che lo sta portando nei club di mezza Europa: quest’estate è in tour tra il Portogallo, la Grecia, l’immancabile Ibiza. Un’impronta che risuona nel suo ultimo album, una raccolta di sei brani intitolata «Eminence». Ascoltandoli si capisce perché Shimza è stato soprannominato «effect master», maestro degli effetti: «Metto parecchia tecnica nelle mie tracce. M’impegno a costruire una storia con la musica. È l’unico modo per catturare le persone». È un suo vecchio pallino: da piccolo lo chiamavano «vinyl killer», l’assassino dei vinili, per la mania di torturare i dischi, di renderli inutilizzabili a furia di lavorarci sopra per sperimentare percorsi ritmici.       

Nonostante i tour internazionali, Ashley rimane ancorato alle sue origini: oggi abita a Johannesburg, ma ogni Natale, da dieci anni, torna Tembisa per organizzare un «One man show»: una festa esagerata con giochi e cibo per i bambini del luogo, molti orfani, seguita da una serie di set, strapieni, in cui si esibisce assieme a grandi nomi e talenti locali emergenti. Con i guadagni compra uniformi scolastiche per gli studenti del posto, assieme a scarpe che servono loro per non smettere di camminare. Shimza, a Tembisa, più che un idolo è un esempio: «Molti ragazzi mi dicono di ispirarsi a me. Hanno imparato che, se insistono, possono fare quello che amano. Io sono un sognatore, ma anche un inseguitore. Ho capito che le cose, per raggiungerle, bisogna andarsele a prendere».

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