Musica

PFM: "Siamo il Barcellona della musica" - Intervista

Ecco la filosofia che ispira la band italiana più apprezzata nel mondo, ospite di Panorama d'Italia il 12 aprile a Firenze

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Gianni Poglio

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"Preparatevi, perché noi sul palco ci stiamo tanto". In quattro parole pronunciate davanti al Teatro Dal Verme di Milano sold out, Franz Di Cioccio, frontman e batterista, ha racchiuso la filosofia che da sempre ispira la Premiata Forneria Marconi: suonare tanto, bene, senza inseguire trend e mode, mixando rock, jazz, world music, blues e musica classica e, soprattutto, senza trucchi, suoni preregistrati e sotterfugi per “aggiustare la voce”. Sono fatti così i "ragazzi" della PFM, ancora in tour dopo 48 anni di carriera e un album-gioiello (uscito a fine 2017), Emotional Tattoos, pubblicato in italiano ed in inglese. "Abbiamo suonato seimila volte dal vivo" racconta Franz Di Cioccio, motore e anima della band insieme allo storico bassista Patrick Djivas, a poche settimane dai concerti negli Stati Uniti e in Sudamerica.

Il 12 aprile al Teatro Alfieri di Firenze (ore 21) Franz Di Cioccio e Patrick Djivas (intervistati dal giornalista di Panorama Gianni Poglio) raccontano la storia della PFM, Premiata Forneria Marconi. Tra aneddoti, ricordi e video inediti in esclusiva per Panorama d'Italia.

Si dice che i giapponesi abbiamo imparato l'italiano ascoltando i vostri dischi.

Ci apprezzano molto da quelle parti e non da oggi, direi almeno dal 1975. Ci siamo esibiti di recente a Tokyo in un club stupendo chiamato Billboard Live. La caratteristica è che si suona due volte nella stessa sera. Ovviamente con due scalette diverse perché ci sono persone che acquistano i biglietti per entrambi gli spettacoli. In Europa, a fine show, i fan ti chiedono le bacchette della batteria, i plettri e memorabilia vari. In Giappone, Tokyo, invece, si mettono in fila davanti al camerino per consegnarti dei regali. Impagabili.

Qual è il segreto, se ce n'è uno, per avere un pubblico su scala mondiale dopo quasi cinquant'anni di storia?

Come mi piace dire quando suoniamo fuori dall'Italia, la PFM suona “al dente”, non c'è nulla di riscaldato. Spaziamo dal rock alle contaminazioni con la musica classica: nell'album PFM in Classic abbiamo proposto a chi ci segue un viaggio in chiave rock nella storia della musica: da Mozart a Verdi, passando per Rossini, Mahler e Mendelssonh. Siamo un po' il Barcellona della musica (ride; ndr), prima di fare goal facciamo molto tiki-taka divertendoci ogni sera. Quelli che ci seguono l'hanno capito e vengono a vederci per divertirsi con noi.

Due ore e tre quarti sul palco in un'era della musica dove le popstar reggono a malapena un'ora e mezza di show.

A noi non pesa affatto perché ci divertiamo. Non esistono due nostri concerti uguali, ogni sera ci sono varianti e improvvisazioni. Il bello di essere la PFM è che non recitiamo a memoria. Sul palco non c'è un computer che detta algidamente i tempi dello spettacolo. La musica regala tatuaggi emotivi, ben più duraturi e profondi di quelli a inchiostro.

Il disco live con Fabrizio De André è uno degli album cult della musica italiana, l'incontro tra l'approccio minimale del cantautore e la complessità di una band eclettica ed imprevedibile. Come vi siete incrociati?

Fabrizio venne a vederci a Nuoro e rimase colpito. Nacque l'idea di un tour insieme, ma molti, intorno a lui, cercarono di dissuaderlo. “Loro sul palco fanno un casino pazzesco, non sentirai nulla di quello che canti” gli dicevano, facendo così il nostro gioco. Fabrizio adorava navigare in direzione ostinata e contraria e, quindi, quel tour si fece. Come noi, amava il pericolo e le sfide: sapevamo di avere due pubblici diametralmente opposti che alla fine siamo riusciti a coinvolgere. Tutto è inziato con le prove in un cinema teatro di Abbiategrasso: il primo passo verso i Palasport sold out.

C'è il suono della sua batteria in molti dei primi successi di Lucio Battisti.

Avvenne tutto in Via dei Cinquecento a Milano nel cinema di una sala parrocchiale. Lucio al centro e tutti i musicisti intorno. Si provava una canzone all'infinito finché non era pronta per essere incisa. A Lucio piaceva il mio stile perché era spontaneo, figurativo. Due esempi: il fruscio sui piatti della batteria mentre canta Oh mare nero, oh mare nero, per simulare i suono della risacca, o i tocchi felpati e appena accennati che accompagnano una delle strofe più belle di Emozioni: “Domadarsi perché quando cade la tristezza in fondo al cuore, come la neve non fa rumore”.

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