Musica

Paolo Fresu: "Il Locomotive Jazz mi ricorda Berchidda"

Il trombettista sardo è uno degli ospiti più prestigiosi del festival salentino

Paolo Fresu

Gabriele Antonucci

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Se esistesse una nazionale del jazz il trio di trombettisti formato da Enrico Rava, Paolo Fresu e Fabrizio Bosso darebbe filo da torcere a chiunque, anche ai musicisti americani.

In questo trio delle meraviglie Paolo Fresu si distingue per la sua instancabile capacità di mettersi in gioco e di sperimentare, allargando sempre più i confini della sua musica e al tempo stesso promuovendo in prima persona il movimento del jazz italiano attraverso il festival Time in Jazz di Berchidda. Il trombettista sardo, tra gli ospiti più attesi del Locomotive Jazz Festival, ha incantato ieri sera il pubblico dell'anfiteatro romano di Lecce insieme al fisarmonicista Daniele Di Bonaventura, mentre stasera presenterà il progetto Heartland che lo vede condividere il palco con David Linx, Dieder Wissels, Christophe Walemme, Michele Rabbia e l'Alborada String Quartet. Abbiamo incontrato il musicista dopo la sua suggestiva performance in solo all'interno delle Cantine Apollonio di Monteroni di Lecce.

Paolo, ieri hai affermato, durante il concerto con Daniele Di Bonaventura, che il Locomotive Jazz di Lecce ti ricorda il Festival di Berchidda, di cui sei direttore artistico da 28 anni. Quali sono i punti in comune tra le due manifestazioni?

"Il primo punto in comune è che l'anima del festival è un musicista, quello fa la differenza. Raffaele Casarano, con il quale c'è grande empatia umana e professionale, non si limita a inserire dei nomi nel cartellone, ma investe nella costruzione del percorso artistico,segue giorno per giorno il festival e presenta gli artisti sul palco. Berchidda è diventato, in questo senso, un luogo-faro da cui alcuni direttori artistici hanno preso spunto, soprattutto per quanto riguarda la possibilità di organizzare concerti in luoghi decentrati o per l'idea del concerto sopra il treno. E' una bella gratificazione vedere che alcuni semi che abbiamo gettato tanti anni fa adesso germogliano in altre manifestazioni.Alcuni sostengono che i musicisti debbano suonare e non dirigere i festival, ma io credo che ognuno di noi debba fare ciò che ama, con tutto l'impegno e con le responsabilità che ciò comporta".

E' uscito da poco il cofanetto Gimme five by foot per celebrare i cinque anni della tua etichetta, la Tuk Music. Qual è il tuo bilancio di questo lustro?

"Il bilancio è molto positivo, il cofanetto è un progetto molto ricco, senza un filo di plastica e con dei costi di produzione molto alti, ma l'etichetta non è nata con scopi economici, anche perchè negli ultimi cinque anni la situazione della discografia è peggiorata sensibilmente. La nostra etichetta punta molto sulla qualità, non a caso le copertine sono più grandi di quelle dei cd normali. Ho fondato la Tuk per dare una mano ad alcuni musicisti meritevoli, Raffele è stato uno dei primi, poi sono entrati Luca Aquino, Dino Rubino e altri ancora, che hanno avuto la possibilità di mettere in luce le loro qualità e che oggi sono musicisti richiesti in Italia e in Europa. Le prossime uscite saranno a novembre il progetto Heartland che presenterò stasera e a gennaio il quartetto d'archi Alborada con Rita Marcotulli e Marco Bardoscia. Produrremo i nuovi album di Omar Sosa con ospite Jaques Morelembaun e di Gaetano Partipilo, che è appena entrato nella nostra scuderia. Infine, sempre per rimanere in ambito di follie discografiche, vogliamo pubblicare un triplo cd con i tre concerti che ho fatto a marzo con Uri Caine al Teatro dell'Elfo a Milano".

Dall'8 al 18 agosto sarai impegnato a Berchidda per il tuo festival Time in Jazz. Quali sono gli appuntamenti più interessanti di questa edizione?

"L'evento più curioso è il concerto che farò a bordo di un aereo, sul volo Bologna-Olbia della Meridiana, un sogno che coltivavo da tanti anni. Per cogliere l'anima del festival suggerisco la giornata di Ferragosto, con l'esibizione di Bollani in una chiesa, un pranzo per 1.500 persone e un concerto di musica tradizionale nel pomeriggio. Time in Jazz è un festival in cui accadono cose impensabili, in cui è difficile prevedere quello che succede. Il luogo, l'atmosfera e la gente creano un'alchimia per cui anche un concerto in cui magari non riponevi troppe aspettative, in un luogo piccolo, si trasforma in qualcosa di indimenticabile, perfino meglio dei big che si esibiscono sul palco principale".

La Sardegna è da anni la regione con la maggior vocazione al jazz d'Italia e ultimamente alcuni festival dell'isola hanno iniziato a fare rete tra di loro. Secondo te si arriverà mai a una sorta di cabina di regia unica dei festival jazz sardi o è meglio che ognuno mantenga la sua peculiarità?

"Sono un fautore di mettersi in rete, stiamo cercando ci creare un circuito di festival italiani che possano consociare i vari circuiti regionali, che è anche un'idea del Ministero della Cultura. La Sardegna è un po' un continente, la sua conformazione geografica è tale da rendere difficile il dialogo tra le varie manifestazioni, ma stiamo provando a cambiare le cose con una promozione unica dei festival jazz. Sono, però, un assertore che ogni festival debba mantenere la sua autonomia, perchè ha una sua storia e un suo carattere particolare. Il jazz italiano è ricco e diverso proprio perchè il nostro paese è ricco di diversità".

Che ne pensi dell'intervento del ministro Franceschini, che ha destinato 500.000 euro al jazz italiano? Sono risorse sufficienti, secondo te, per aiutare un settore importante della nostra cultura che è sempre stato snobbato dalla politica?

"E' un successo storico, non era mai accaduto, nella storia del nostro paese, che un'istituzione statale riconoscesse il jazz come pilastro della nostra cultura. Finora il jazz è cresciuto per conto suo, quasi in modo sotterraneo, adesso viene finalmente riconosciuto da un ministro della Repubblica. Se andiamo a vedere, il numero di concerti jazz che si tengono ogni anno nel nostro paese è superiore a quelli di qualsiasi altro genere musicale. I 500.000 euro, che per alcuni sono pochi, sono comunque importanti, soprattutto se vengono investiti per disegnare la struttura portante del nostro jazz. Trovo molo utile, in questo senso, la creazione di un portale unico del jazz italiano, che sarà la finestra del movimento sul mondo".

Il 6 settembre si terrà a L'Aquila un evento unico nel suo genere che coinvolgerà il meglio del jazz italiano. Che cosa ci puoi anticipare?

"All'Aquila porteremo 550 musicisti italiani con 100 concerti in 12 ore nel centro storico, utilizzando le strade, le chiese e le piazze della città. Una grande festa che sarà completamente gratuita per gli spettatori, finanziata interamente dal Ministero dei Beni Culturali insieme alla Siae. Saranno presenti le big band, le scuole, i conservatori e i rappresentati dei festival italiani. L'evento sarà non solo un modo per sollecitare la ricostruzione del centro storico dell'Aquila, ma anche un'occasione unica per mostrare la grande realtà del jazz italiano.Sarà una giornata storica".



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