“Nelle cose più semplici c’è l’essenza della vita. È come godersi una giornata di sole pur avendone tutti i giorni”. Oggi è proprio una di quelle giornate. Milano ha quell’aria primaverile: piacevole e leggera. Raggiungo Paola Turci all’ultimo piano del palazzo della Warner, in un terrazzo dalla vista davvero suggestiva. Mi accoglie con un abbraccio. Ci sediamo fianco a fianco su una panca di legno. Lei si accende una sigaretta e non smette di incrociare il suo sguardo con il mio. Accenna anche una risata, che racconta la gioia di esserci. Nonostante tutto. “Certi avvenimenti (e - metaforicamente parlando - certi incidenti) ci accomunano. Nessuno si può escludere dagli eventi imprevisti della vita”, inizia mentre mi racconta del suo nuovo album “Il secondo cuore” (prodotto da Luca Chiaravalli e in uscita oggi 31 marzo per Warner Music Italy).

Forse è proprio questo il motivo per cui Fatti bella per te ha avuto così tanto successo tra il pubblico...

Sì, forse il mio modo di reagire a un problema può avere interessato qualcuno. Io avevo un problema personale da risolvere e il modo con cui ho tentato di affrontarlo mi ha aiutato a risolverlo. L’ho fatto scrivendo il libro Mi amerò lo stesso: è stata questa la chiave per incamminarmi verso la soluzione. Da lì è partito tutto.

Questo difficile cammino è nato dopo il tuo incidente del 1993. Puoi considerare il tuo nuovo disco “Il secondo cuore” come l’epilogo di questo percorso?

Diciamo di sì. Questo album parla di una vitalità che ho trovato, che ho scoperto in me stessa. Una vitalità, una potenza, che finalmente esprimo. Una gioia di esserci, di guardare il passato con più tenerezza. Quello che mi è successo mi è stato d’aiuto. Sono state occasioni che andavano prese, affrontate, studiate. Per essere migliore, per trovare il centro di me stessa.

Tante persone ti stanno guardando come un esempio positivo.

Addirittura? Non lo so questo. Sicuramente nel mio percorso personale ho avuto degli esempi importanti.

A chi ti riferisci?

La prima persona che mi viene in mente è Lucia Annibali. È stata per me la persona che mi ha dato questo slancio, questa possibilità di capire che in fondo quello che avevo era nulla in realtà. Ho capito che il mio problema poteva essere un'occasione. Affrontato in un certo modo, questo poteva essere un’occasione di liberazione per me e un'occasione di aiuto per gli altri. Lucia, mostrandosi subito con le sue ferite, mi ha aiutato nel guardare le mie.

Nel brano Nel mio secondo cuore ripeti che "ognuno si porta dentro tutto ciò che è stato". Come si fa a vivere la propria storia come un'opportunità e non come una condanna?

Beh, questo è per me un mistero. Non tutti scelgono quella strada. Conosco persone che hanno sofferto molto nella vita (che sono state private di tante opportunità) e che oggi vivono con la frustrazione, guardando a quello che hanno avuto “in meno” ripetto agli altri. Io non mi sono mai posta in questo modo.

Che tipo di approccio hai avuto?

Ho pensato: questo è successo a me e per questo motivo devo affrontarlo e viverlo nel migliore dei modi. Nel momento in cui c’è, può essere un’occasione che volge al positivo. Basta pensare che abbiamo solo una vita. Io me la voglio vivere al meglio e sento di avere un’attitudine positiva, che mi porta a sorridere, ad avere energia. Questa cosa è meravigliosa. È miracolosa.

In Combinazioni racconti del tuo passaggio da ragazza a donna. Come è avvenuto?

Non c’è stato un momento definito. Al momento ti direi che è stato vedere le mie nipoti, che sono diventate ragazze. Hanno quindici e diciassette anni, sono diventate adolescenti. Con loro mi relaziono ogni giorno e vedo in loro una ragazza che io non sono stata: sono felici, sono piene di vita, cariche. Quella più piccola canta dalla mattina alla sera.

Ti rivedi in lei?

Sì, ma io cantavo per liberarmi da oppressioni misteriose che avevo. Non andava bene niente, ero sempre in conflitto. Penavo, soffrivo per i fidanzati e per tantissime altre cose. Anche lei ha questi problemi ma ha un’energia che è contagiosa.


Hai chiamato una tua canzone del disco Tenerti la mano è la mia rivoluzione. Quanta rivoluzione c’è nella normalità?

Tantissima. Basta saperla vedere. In un gesto così normale come quello di tenersi per mano c’è tanta rivoluzione. Immagina l’intensità che possono avere un bacio, uno sguardo: è pura rivoluzione.

Di cosa hai paura?

In questo preciso momento ho un po’ di paure come tutti. Ma sono paure più leggere, più sciocche. Ho paura che si esaurisca questa energia che ho. Ho paura di perdere la voce. Sono cose stupide. A volte ho paura di morire. Ma in realtà rispetto a questo penso che voglio affrontare il periodo che mi resta da vivere al meglio. Non mi butta giù niente.

Nella tua biografia Mi amerò lo stesso racconti della tua conversione al Cristianesimo. È ancora importante per te la religione?

Ho seguito il dogma della religione per cinque anni. È stata un’impresa folle ma mi sono rimasti dei valori importanti. Mi è rimasto il fatto che quel messaggio che arriva dal Mistero è un messaggio d’amore: non è un messaggio negativo. Ho capito che se c’è qualcuno che ci guarda, ci guida verso il meglio e non per spingerci verso il baratro. Detto questo, però, avendo il libero arbitrio, siamo noi a capire responsabilmente cosa vogliamo fare. Le scelte sono le nostre. Dobbiamo condurre noi la nostra vita. Mi sono rimasti quindi dei buoni valori ma non sono più praticante.

Il tuo disco comprende suoni molto differenti tra loro. C’è forse il tuo primo approccio così definito alla musica elettronica, che oggi va molto “di moda” tra gli artisti. Non hai avuto paura dell’omologazione?

Se ci fai caso l’omologazione al momento storico c’è sempre stata. Prova ad ascoltare la musica italiana degli anni Sessanta: senti che c’è una tendenza nel cantare sempre nello stesso modo. Questo è abbastanza inevitabile. Però l’arte è qualcosa che si crea dal nulla, dalle tue ispirazioni: non nasce da qualcosa che hai sentito e che devi copiare. Io ce l’ho questa idea di voler far qualcosa che sento come nuovo per me. Io non ho mai seguito le mode. Mai. Nemmeno nel vestirmi o nel parlare, se non con le mie nipoti: ho imparato “balza” (ride, ndr). Ma per me il compito di un artista è mostrare qualcosa che non esiste ancora. Qualcosa che è suo. Penso ai grandi. Penso a Van Gogh, a Picasso, a Basquiat. Se cominci a seguire qualcosa di già fatto non stai facendo arte, ma fai un mestiere che è di contabilità.

Hai raccontato che ti sei presentata da Carlo Conti per questo Sanremo con Fatti bella per te e con un altro brano “più rischioso”. Qual è?

Indovina. Qual è il brano più rischioso del disco?

Il brano in romano, Ma dimme te?

Esatto. Sì. Sono pazza (ride, ndr). Mi piace una canzone? Non faccio altri ragionamenti. Per fortuna che poi li ha fatti Conti. Mi ha posto giustamente una questione di radiofonia, di futuro, ecc. Però gli ho fatto sentire entrambi i pezzi. Anzi: gli ho fatto sentire come primo brano proprio Ma dimme te. Ero quasi più convinta di questa canzone.

Addirittura?

Sì. È nato dall’incontro con Giulia Ananìa. Abbiamo deciso di cominciare a scrivere su una cosa che è nostra. Quando mi ha proposto di scrivere una canzone in romano, io mi sono caricata subito. Però avevo già un’idea di come avrei voluto una canzone romana. Ed è per questo che alla fine non l’ho mai fatta finora. Mi poteva corrispondere solo un pezzo “alla Mannarino”. Le canzoni romane sono sempre state declinate allo stornello, ma a me questo non interessa. Io nelle canzoni romane ci vedo il volto di Anna Magnani. Ci vedo quella sua espressività. Quel modo ben preciso di essere donna.

Mi sembra che la cover del disco ti rappresenti molto…

Sì, nasce dalla volontà di vedere entrambe le parti, di lasciare che entrambe le parti si possano guardare. Inizialmente pensavo che la mia parte destra dovesse essere nutrita dal calore, dalla protezione, dalla nascita di un equilibrio (me lo sono anche tatuato). Ma poi ho capito che c’era un’altra parte - quella sinistra - che poteva darle una mano, che poteva confrontarsi ad armi pari.

Un incontro tra due parti che fanno parte di te.

Esatto. Le ho messe una di fronte all’altra perché oggi sono i due aspetti di me. Sono semplicemente due parti che ne fanno una, che possono aiutarsi l’una con l’altra. A volte per esempio io vedo più interessante la parte destra che la sinistra. Sono due parti che parlano sia della vita tracciata che di quella che ho deciso.

L'11 aprile ti esibirai al Teatro Manzoni di Bologna con Paolo Fresu, in una serata a favore della Fondazione Francesca Rava NPH Italia. L'impegno con se stessi porta all'impegno per gli altri?

È un concerto che ha un utilità importante: tramite la Fondazione Rava raccogliamo fondi per i bambini del Centro Italia colpiti dal terremoto e per i bambini di Haiti colpiti dall'uragano Matthew. Ho incontrato Paolo quattro anni fa a Firenze e questo concerto arriva a un anno esatto da quando siamo andati ad Haiti insieme. Andiamo a Bologna perché ci piace, perché lo possiamo fare. Potendolo fare, si deve fare.

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Per chi volesse incontrare Paola Turci, da oggi parte un tour instore in giro per l'Italia dove l'artista incontrerà i suoi fan e firmerà le copie de "Il secondo cuore". Ecco le date:

31 Marzo - Roma - Feltrinelli, Via Appia Nuova, 427, ore 18.00
1 Aprile – Firenze - Feltrinelli Red, Piazza della Repubblica, ore 17.00
2 Aprile – Bologna - Mondadori, Via Massimo D’Azeglio, 34, ore 18.00
3 Aprile – Torino - Mondadori, Via Monte di Pietà, 2 ang. Via Roma, ore 18.00
4 Aprile – Milano - Feltrinelli, Piazza Piemonte, 2, ore 18.30
5 Aprile – Napoli - Feltrinelli, Piazza dei Martiri, ore 18.00
6 Aprile – Bari - Feltrinelli, Via Melo, 119, ore 18.30
7 Aprile – Palermo - Mondadori – Via Ruggero Settimo, 16, ore 18.00

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