Gabriele Antonucci

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“Chi non ha il coraggio di abbandonare la sua zona di comfort è destinato al fallimento. Per questo in Nobody but me ho voluto mettermi in gioco  per raggiungere un livello più alto e più interessante, sia per me che per i miei fan”.

Nonostante i 55 milioni di album venduti e i 4 Grammy Awards conquistati, Michael Bublé, il più importante esponente del cosiddetto neo swing, ha voluto sparigliare le carte e reinventarsi produttore del suo nuovo album, Nobody but me, che esce oggi nei negozi in edizione standard (10 brani) e deluxe (13 brani).

I suoi numerosi fan potranno conoscere alcuni lati inediti del suo carattere e del suo modo di vivere i concerti nel godibile film-concerto Tour Stop 148, al cinema il 25 e il 26 ottobre, presentato venerdì sera alla Festa del Cinema di Roma dopo l’immancabile passerella sull’affollato red carpet dell’Auditorium Parco della Musica.

Il regista Brett Sullivan non si è limitato a mostrare le migliori performance vocali di Bublé dal suo fortunatissimo To Be Loved Tour (oltre due milioni di fan distribuiti nei 173 show tenuti in 39 paesi), ma è riuscito a catturare splendidamente anche le storie della squadra che lavora con il cantante, le loro gioie e i loro sacrifici quotidiani mentre lo show si sposta di città in città.

A Michael Bublé è universalmente riconosciuto il merito di aver rilanciato un genere musicale, il pop-swing, che sembrava ormai superato e che ora, grazie a lui, è tornato prepotentemente di moda. Il crooner canadese è riuscito a coniugare abilmente grandi successi del glorioso American Songbook a brani più recenti, mettendo d’accordo allo stesso tempo padri nostalgici di Sinatra e  figli cresciuti a pane e Mtv.

Una formula vincente che si riproporrà in Nobody but me, anche se è cambiato completamente il modo di lavorare alle canzoni, come ci ha spiegato il cantante canadese: “Solitamente i produttori, quando lavorano sugli standard jazz -sottolinea il crooner- preparando prima la base e poi chiamando il cantante per registrare dieci o quindici versioni vocali che poi loro taglieranno e incolleranno a loro piacimento. Credo che un lavoro di questo tipo, volto alla ricerca della perfezione assoluta, abbia fatto oggi il suo tempo. I miei idoli del passato entravano in studio di registrazione con 50 musicisti, cercando di fare il loro lavoro sulle canzoni nel modo più onesto possibile. E’ quello che ho cercato di fare anch’io in questo album”.

Nella setlist, accanto a cinque brani originali realizzati insieme a due maghi della produzione come Max Martin e Johan Carlsson, spicca One Evening in Rome di Dean Martin. “La canzone è un omaggio alla vostra cultura, che è anche un po’ la mia, perché sono canadese, ma anche orgoglioso delle mie radici italiane. Non è un caso che i miei modelli artistici, Frank Sinatra, Tony Bennett e Dean Martin, siano tutti provenienti da famiglie immigrate dall’Italia in Nord America e poi divenuti i migliori interpreti del songbook americano”.

In Nobody but me colpisconono l’eccellente versione veloce di God only knows dei Beach Boys e la commovente The very tought of you, standard di Ray Noble, dedicata alla nonna scomparsa due anni fa. “Lo so che suona strano -conclude Bublé- ma sono canzoni che hanno bisogno di verità, e io sono disposto a percorrere ogni strada possibile pur di raggiungerla, anche a scapito della perfezione. Il risultato è che mio nonno adesso non riesce ad ascoltare The very tought of you per l’emozione".

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