Musica

Marracash e Status: quando la vera droga è il perbenismo

Secondo alcuni il nuovo disco del rapper milanese inciterebbe all'uso di stupefacenti, è davvero così?

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Matteo Politanò

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Un tempo i baggy jeans erano cosa per pochi. I pantaloni di due taglie più grandi, lo stile "vesto largo perché il mondo mi va stretto" era rappresentato da una nicchia poco accettata, almeno in Italia. Negli ultimi dieci anni il boom del rap ha rivoluzionato gli equilibri ed esaltato la confusione. Soprattutto intorno ad un genere che non va confuso con la cultura da cui nasce.

"I rapper sono i nuovi cantautori"

No, non è vero. E' che i nuovi cantautori non hanno testi all'altezza dei rapper. Anzi, se li sognano.

Le nuove generazioni, i giovani e giovanissimi hanno nutrito le radici di un genere che adesso vive la sua Golden Age, anche se in differita rispetto al resto del mondo. Un genere sovraesposto e quindi sempre sotto i riflettori, tra chi ci lucra e chi ci sogna, tra chi strumentalizza e chi valorizza. L'uscita di Status, il nuovo disco di Marracash, ha scatenato opinionisti e giornalisti che in molti casi onoscono benissimo la cronaca ma non hanno mai stretto in mano un numero di Aelle. Un sintomo importante di come Marracash sia riuscito a tenere alto l'hype, l'attesa intorno alla sua musica. Cosa per niente facile a questi livelli.

Dalle collaborazioni con il top del rap e dell'hip hop italiano (Fabri Fibra, Neffa, Guè Pequeno, Salmo, Coez e Luché) sono nate 18 tracce di alto livello. Consiglierei a tutti di leggere i testi, di valorizzarne il concetto più vero e puro di scrittura. Tuttavia la voglia di polemica (soprattutto in Italia) spesso è più forte della capacità di contestualizzare, di ascoltare stando zitti. È per questo che tanti si chiedono ancora se "il rap è una moda". Nel mirino finisce così "Crack", una traccia dove Marracash spiega le contraddizioni e gli abissi della società riassumendone lo svilimento nella "voglia di fumare crack".

"Noi sappiamo cose che nessuno sa, ma non c'è nessuno che abbia un'idea nuova che non sia distruggersi con una droga". Il perbenismo porta ad allucinazioni, ecco così che Marracash diventa il rapper che "incita i giovani all'utilizzo del crack". Lui ci ride su, rispondendo anche ai contestatori diretti come chi su Twitter lo critica apertamente linkando anche un sito internet di prevenzione all'uso di droghe.

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Se il potere di Marracash fosse davvero quello di influire sulle azioni di chi lo ascolta Status avrebbe meritato di essere prodotto dal ministero della salute. All'interno dell'album c'è infatti di tutto, a partire da "Sindrome depressiva da social network" parallelo tra l'amore e l'abuso di social in rime che, stimolando la riflessione, hanno il valore di un antidoto al veleno sociale contemporaneo: l'azzerarsi dell'empatia davanti a schermi e like.

Marracash non incita a drogarsi, così come non incita a non drogarsi. Non incita ad amare, ad odiare, a spacciare, a leggere, a sognare. Marracash mette semplicemente in rima riflessioni e punti di vista personali e funziona per lo stile con cui decanta la sua crescita, sensibilità e rabbia di chi ha sorseggiato anche l'amaro. La sua musica può non piacere, così come la sua attitudine e i suoi esempi. Il problema della droga esiste ma investire un artista nel ruolo di educatore è un modo bigotto e codardo di scaricare le responsabilità. Se i giovani si drogheranno non sarà colpa delle canzoni di Marracash, così come non ne sarà merito se si innamoreranno, se diventeranno vegani o impazziranno dietro un amico o un nemico immaginario. Le parole si ascoltano, nel rap bisogna anche sentirle. Accusare senza contesto è come guardare Braveheart senza audio: un delitto.

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