Maroon 5, la recensione del concerto all'iTunes Festival

Adam Levine e soci regalano alla Roundhouse di Londra una performance riuscita puntando su una scaletta piena di successi

– Credits: iTunes Festival, London 2014

Marco Morello

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da Londra

«Moves like Jagger», potentissima, travolgente, è già partita, ma Adam Levine ferma la musica. Sulle prime note si è messo pazzamente a saltare una, due, dieci, venti volte, è crollato a terra, si è rialzato in piedi con un balzo impensabile. Dice che no, non ce la fa a cantare. Non può. Non ancora. Il cuore batte troppo forte, il fiato per un attimo ha fatto le valigie. Congegnata o spontanea, chissà, la gag arrivata quasi in chiusura di concerto è la prova, ennesima, palese, del refrain suggerito per tutta la durata del live: i Maroon 5 sono il loro frontman, si dissolvono e risolvono nella sua carica, la sua energia, la sua voce inconfondibile che spara ululati in abbondanza, accenna pezzi in falsetto, qualche volta (succede) stecca, tante altre trascina.  

Sul palco della Roundhouse di Londra per l’iTunes Festival e sui computer, i tablet, le tv e i telefonini collegati in streaming da tutto il mondo, la band americana si presenta in versione antologica. Nonostante ci sia da promuovere il quinto album in studio, «V», appena uscito e già secondo in classifica in Italia (dati Fimi/Gfk), sono solo due i brani in scaletta estratti dal nuovo lavoro: «It was always you», convincente, storia di un’amicizia che vuole diventare qualcosa di più; «Maps», furbetta, entrata subito al sesto posto nella chart di Billboard, qui preceduta da una intro lentissima e poi via, sempre più veloce, fino alla strofa «I was there for you in your darkest times», «Io ero lì per te nei momenti più bui», che si muta in un’invocazione, un coro, una cantilena allegra ma dolente.

C'è spesso il sapore del distacco, della separazione, del rimpianto, nei testi dei Maroon 5. Come in «Payphone», primo dei tre bis, tra le migliori di sempre, tormentone dell’estate 2012: «Che fine hanno fatto i piani che avevamo per noi due», si lagna Levine, camicia fuori dai pantaloni, tatuaggi in vista sulle braccia nude, jeans strettissimi e forma invidiabile. Apre invece con «This love», vecchia di una decina d’anni ma senza un filo di polvere addosso, prosegue con «Lucky Strike», tratta da «Overexposed», il precedente album della band, il più pop, macchina da singoli.

Si procede tra siparietti vari: il cantante, attore (ora al cinema con «Tutto può cambiare», accanto a Keira Knightley e Mark Ruffalo), produttore discografico (ha fondato una sua etichetta), solleva l'asta del microfono e la tiene dietro il collo, la usa come fosse un palo per la lap dance, brandisce una tazza: «Guardate che è the, cosa credete» dice brindando verso la platea dopo aver eseguito «Sunday Morning», gemma in studio e caramella dolcissima che si scioglie nelle orecchie dal vivo. Dopo la romantica «Love Somebody», sempre da «Overexposed», il frontman ricorda la sua emozione per avere la possibilità di esibirsi in una location così importante. Banalità di circostanza a parte, in effetti, la Roundhouse è un luogo spettacolare dove sentire e fare musica.

Ecco poi arrivare «Stereo Hearts» che, almeno nella versione originale, è stata incisa con i Gym Class Heroes. Levine si cimenta con la parte hip hop, con risultati da rivedere, ma in quella melodica, nel ritornello in particolare, si supera. È uno dei momenti migliori del concerto, assieme al finale: la tripletta di hit. «Payphone», come già detto, e poi «She will be loved», lettera di promesse in note per un amore che durerà. E «Daylight», forse, anzi niente forse: di sicuro il capolavoro della band. Struggente ballata delle cose che finiscono, anche se fino all'ultimo ci si aggrappa a tutto, anche al tempo, anche agli sgoccioli della notte, di questa come di altre indimenticabili notti, per farle rimanere.

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