Michela Vecchia

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Il 7 aprile sarà pubblicato InFinite, il ventesimo album in studio dei Deep Purple. I "ragazzi" sono sulla scena musicale dal 1968, hanno quasi mezzo secolo di carriera alle spalle e ancora molto da dire. Abbiamo intervistato il bassista, Roger Glover, nella suite di un albergo milanese. Glover inizia raccontando una sua disavventura su Facebook... 

“Tempo fa qualcuno aveva creato un profilo col mio nome e alcuni miei amici mi avevano scritto. Io ero all’oscuro di tutto, non avevo Facebook e non avevo aperto nessun profilo. Eppure c’erano centinaia di messaggi. Ho bloccato tutto, era evidente che dietro c’era qualcun altro. Non ho FB, non avrei il tempo materiale per gestirlo. Preferisco che sia la musica a parlare. Credo che molte persone entrino in Facebook per avere il loro momento di gloria”.

Il nome del tour è The Long Goodbye...

“È un lungo “arrivederci”, non un addio. Quanto lungo dipende da vari fattori, principalmente dalla salute e dalla volontà che abbiamo come band di andare avanti. Però volendo essere concreti alla nostra età si è più vicini alla fine che all’inizio. Non siamo pronti per dire che è questo è l’ultimo tour o che quello sarà l’ultimo show. Non lo siamo ancora”.

Avete lavorato per la seconda volta con la produzione di Bob Ezrin. Avete registrato con le stesse modalità di Now What ?!, live in studio, catturando il feeling del momento o avete suonato separatamente?

“C’è stato qualche ritocco, come sempre, ma essenzialmente il processo è stato come per l’album precedente, abbiamo registrato live ad eccezione delle parti vocali. È molto importante realizzare un album in questo modo, è come tornare nel 1969, la nostra è una jammin’ band, nel senso che tutte le canzoni nascono da jam. Si parte da qualche idea, e poi si crea il pezzo. È un processo per noi molto organico, le canzoni nascono e crescono in studio”.

Parliamo dei testi, in una recente intervista ha dichiarato che si tratta per lo più di storie, alcune vere, altre inventate. In particolare, nel nuovo disco, ce ne sono tre molto interessanti: “Time for Bedlam”, “Johnny’s Band” e “On Top Of The World”.

“In sala prove essenzialmente, come le dicevo, facciamo una jam, ci prendiamo una tazza di tè e registriamo. Quando finisce la jam stoppiamo il registratore e numeriamo la traccia perché non ha ancora un titolo. A volte se è un pezzo promettente allora assegniamo un titolo in progress per ricordarci. Per Time for Bedlam l’idea nacque da “crazy”, diventata “time for bed” e infine Time for Bedlam. Bedlam era un ospedale psichiatrico, un posto per i malati di mente, ma anche un luogo per dissidenti che non approvavano le politiche governative, così venivano rinchiusi per non creare problemi. Abbiamo cercato di immaginare le emozioni delle persone all’interno. Ascoltando e riascoltando il brano abbiamo cercato di capire qual era il titolo giusto e abbiamo optato per tenere il working title, Time for Bedlam.

Johnny’s Band è più una canzone pop. A Bob Ezrin non piaceva particolarmente. Non mi ricordo esattamente come è nato questo titolo. È la storia di una tipica band degli anni Sessanta, ma non è la nostra storia. È una band fittizia come ce ne possono essere tante. Mi piace pensare che i membri di quel gruppo meteora immaginario non si siano arricchiti, ma ancora si divertano a suonare assieme. 

On The Top Of The World, è la storia di un uomo avventuroso che alla fine di una serata in un bar viene invitato sul tetto da persone che vivono lì e festeggiano. Bevono tutti parecchio e, il mattino dopo, l’uomo si sveglia senza ricordarsi molto di quanto è accaduto. L’unico scopo di queste canzoni è quello appunto di raccontare storie, ed è fantastico perché le persone possono interpretarle e riviverle. La cosa difficile è ridurre queste lunghe storie in canzoni, tramutandole in versi. Scrivere canzoni senza significato inserendo frasi tipiche è facile, ma non è il nostro modo e quelle canzoni non mi dicono nulla. Ecco perché abbiamo lavorato così”.

Dopo più di quarant’anni che suona il basso lo vive come un lavoro o sente di poter continuamente migliorare con il suo strumento?

"Non si smette mai di imparare, come bassista sono cambiato molto quando è entrato Steve Morse nella band. Sono diventato più bassista perché mi stimolava suonare con lui. Non sono mai stato un virtuoso come lo erano Ritchie Blackmore, John Lord o Ian Paice.Mi sentivo più un compositore. Suonare il basso mi ha dato l’opportunità di scrivere delle canzoni, che era il mio scopo. Non mi sento di dire che sono un bassista eccelso, ma sono cresciuto e migliorato nel corso degli anni e non ho mai smesso di studiare”.

C’è una sorta di alchimia tra il basso e la batteria nei Deep Purple. Spesso è meglio suonare meno note, ma che si accompagnino magicamente alla batteria…

“Le racconto questa storia. Quando sono entrato nei Deep Purple molti anni fa una delle prime cose che mi ha detto Paice, è stato “io non seguo, ricordati, io guido” e io “ah, ok!”. Io non posso cambiare lui, ma luipuò cambiare me! La cosa migliore che potevo fare era amalgamare il mio suono al suo. Quando avevo 15 anni ero in una band e partecipammo a un contest: non vincemmo, ma la band che vinse aveva un bassista e un batterista che avevano un tale feeling, una tale potenza sul palco e un tale impatto sonoro che quando li vidi pensai: è quello che voglio. E ancora oggi è così, divertirmi suonando, non vivere la musica come un lavoro. Un vero privilegio". 

DEEP PURPLE live in Italia: 22 giugno, Roma - 26 giugno, Bologna - 27 giugno, Milano

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