Gianni Poglio

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Era tra quegli artisti che avevo sempre sognato di intervistare. Di persona, ovviamente. La prima occasione si palesò nel 1999 poco prima della pubblicazione dell'album Hours. L'appuntamento era di quelli che non si possono mancare: una chiacchierata "one to one" negli studi della Emi Virgin a New York. Arrivai a destinazione e lo aspettai in una mastodontica sala riunioni, troppo grande per essere una sala d'attesa.

Per riempire quel salone sterminato, ci voleva lui con il suo incontenibile carisma. Fece un ingresso silenzioso, accompagnato da una PR che me lo presentò spiegandogli che ero italiano e che mi trovavo lì per un'intervista da pubblicare su un mensile chiamato Tutto Musica. Avevo, lo confesso, un battito cardiaco pesantemente accelerato.

Ero lì di fronte alla storia della musica ma anche davanti a uno degli artisti che hanno scritto la colonna sonora della mia vita, come quella di altri milioni di persone.

L'inizio fu folgorante. David estrasse dalla tasca della giacca nera un pacchetto di sigarette e a sorpresa mi disse: "Lei fuma? No, perché se anche lei ha questo vizio potremmo ricreare un angolo d'Europa nella proìbizionista America dove fumare è quasi diventato impossibile".

Dissi solo "Per me va benissimo" e ci accendemmo l'agognata sigaretta. Mezz'ora in tutto, in cui parlammo di tutto e di più. Fu sorprendente sentirlo ammettere che considerava il suo ultimo album molto bello, ma che sapeva benissimo che per la maggior parte della gente lui era quello dei grandi successi degli anni Settanta o di Let's dance, il singolo pubblicato nel 1983. "Detto questo" aggiunse "La missione di un artista è andare oltre e continuare a sperimentare cose nuove anche se destinate a una popolarità inferiore a quella dei grandi successi". Lo ha fatto fino all'altro ieri. Basta ascoltare il suo ultimo capolavoro: Blackstar

La seconda volta fu vicino a Lucca nel 2002 prima di un concerto al Lucca Summer Festival. Ci incontrammo in albergo. Lo intervistai insieme a Patrizia Guariento, una collega di Tv Sorrisi e Canzoni.

Ricordo ancora perfettamente la sua voce roboante mentre raccontava dei favolosi anni Sessanta a Londra e dintorni "Io sono cresciuto nell'era della creatività. Ho avuto la fortuna di di vivere in una metropoli dove si respiravano cultura e arte. Ogni artista è figlio del suo tempo e io sono figlio di un momento storico straordinario. E lo sa perché? Perché chi aveva talento sapeva che prima o poi ce l'avrebbe fatta. Nella musica come nella pittura, nel cinema o nella letteratura. Io sapevo fare un po' di tutto, ma con il tempo mi convinsi che la mia migliore qualità era la voce. Quindi, comprai un microfono...". 



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