Costanza Cavalli

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Abbiamo capito, finalmente, perché Antonio Salieri è Salieri e perché Wolfgang Amadeus  Mozart è Mozart. Quella di Salieri è musica incastonata nel suo tempo. E quella di Mozart è un classico: parla a tutti in ogni tempo. Questo non per dire che è musica brutta (ci mancherebbe altro), ma che scivola e si esce da teatro senza canticchiare alcun motivetto.

Abbiamo capito finalmente perché musicisti e letterati, da Puskin a Shaffer fino al regista Miloš Forman, se la sono tanto presa con Salieri fino a farlo sembrare il compositore più sfortunato della storia della musica. Aleksandr Puskin, nel 1830, credette alla leggenda dell’avvelenamento ordito da Salieri a danno di Mozart, e scrisse un microdramma in versi dal titolo Mozart e Salieri, ma inizialmente intitolato Invidia, di cui la critica commentò: “Se Salieri non ha ucciso Mozart, di sicuro Puskin ha ucciso Salieri”.

Peter Shaffer nel 1979 elaborò un altro adattamento della vicenda, dal titolo Amadeus, che conquistò i teatri londinesi e che gli valse il Tony Award nel 1981 e il premio Oscar per miglior sceneggiatura non originale nel 1985 per il film di Forman tratto dall’opera del drammaturgo britannico.

Abbiamo capito, finalmente, perché prendersela con Salieri rientra nella categoria del “ti piace vincere facile”. Pure Rimskij-Korsakov ci mise del suo, mettendo in scena nel 1898 a Mosca un’opera il cui libretto tratto ancora una volta dal dramma di Puskin, con il solito titolo, Mozart e Salieri.

Abbiamo capito, finalmente: Salieri era un compositore alla moda, come Giuseppe Bonno, ma meno brillante di Giovanni Paisiello o Domenico Cimarosa. E la moda del Classicismo viennese imponeva motivi ricorrenti, arie convenzionali e brani d’insieme, autoplagio diffuso. Tutte cose cui non potè o non seppe sfuggire e che lo incatenarono al suo periodo storico: è per questo che oggi ci suona così datato. È il giro perverso del destino per cui il suo nome è arrivato fino a noi, e la sua musica non se la fila nessuno.

Per tutte queste cose che abbiamo capito dobbiamo ringraziare il teatro Salieri di Legnago e la Fondazione Culturale Antonio Salieri. La città veneta è luogo di nascita del compositore italiano, e da anni il suo teatro e il suo direttore artistico Federico Pupo sono impegnati nella riscoperta e la valorizzazione delle opere dell’artista: dal Il ricco d’un giorno nel 2004 a Il mondo alla rovescia nel 2009, fino a La scuola de’ gelosi l’11 novembre scorso. Per valorizzazione non vogliamo intendere che gli viene attribuito un immeritato fasto ma che la sua riscoperta contribuisce a completare il puzzle musicale del XVIII e XIX secolo.

L’opera, alla sua prima rappresentazione in tempi moderni, è un dramma giocoso in due atti, su libretto di Caterino Mazzolà. Il compositore la scrisse per il carnevale di Venezia del 1779, e andò in scena il 27 dicembre del 1778 per poi essere acclamata in tutta Europa e collezionare più di 50 allestimenti in trent’anni, da Lisbona, a Londra a Zara: circolazione incredibile per l’epoca. Il successo di Salieri ci è anche confermato dal titolo di Kappelmeister che gli conferì Giuseppe II, e tra i suoi allievi c’erano Schubert, Beethoven, Liszt e il secondogenito di Mozart.

Ma una cosa è sapere insegnare, altra è produrre musica nuova, e a questo proposito il musicologo viennese Otto Biba chiarisce: “Salieri era tutt’altro che un pontefice musicale a Vienna (…) era un maestro amato e stimato. Come compositore invece era uno dei tanti (…). Ritengo preferibile che a Salieri venga assegnato il posto che gli compete nella scena musicale viennese dei suoi tempi (…) Non era un compositore poliedrico ma un compositore specializzato, e i compositori specializzati hanno sempre avuto vita difficile in generale, ma di facile riuscita nella loro specialità”.

L’orchestra dei Virtuosi Italiani, diretta da Giovanni Battista Rigon, in numero ridotto per fedeltà all’allestimento, si conferma uno degli ensemble migliori grazie a un’esibizione curatissima e vivace. La compagnia di canto dell’Accademia del Maggio Musicale Fiorentino vanta giovani e stranieri: dal Conte Bandiera interpretato dal tenore congolese Patrick Kabongo, al baritono coreano Byongick Cho al giovanissimo tenore italiano Manuel Amati, classe 1996, nel ruolo del Tenente. Lo spettacolo sarà rappresentato anche a Chieti, Belluno, Verona, Jesi per concludere a Firenze il 25 marzo prossimo. 

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