Musica

Beethoven a Teheran: dirige Paolo Olmi

da un'orchestra italiana invitata per il Fajr Festival. L'importanza culturale e politica dell'evento, secondo Umberto Vattani

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Redazione

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Un'ovazione di 10 minuti ha fatto seguito, lo scorso 19 gennaio, a una straordinaria esecuzione della V  Sinfonia di Beethoven da parte di un'orchestra italiana, diretta da Paolo Olmi, la prima orchestra occidentale ad essere invitata a Teheran per il prestigioso Fajr Festival. L'immensa sala del Vahat Concert Hall  era gremitissima: moltissimi ragazzi e ragazze.

Tra le Autorità presenti, il Vice Ministro della Cultura, Muradkani, accompagnato dai principali esponenti del suo Dicastero,  l'ambasciatore d' Italia Mauro Conciatori con la consorte, il Nunzio, Sua Eminenza l'arcivescovo Leo Boccardi, numerosissimi rappresentanti di varie ambasciate.

In apertura il Maestro compositore Shardad Rohani ha rivolto un saluto commosso agli italiani presenti, dopo aver ricordato le vittime del terremoto che ha colpito il nostro Paese. Ha poi aggiunto che veder suonare insieme gli orchestrali del Festival Puccini con i musicisti dell'orchestra di Teheran era stata per lui un'esperienza indimenticabile. "Al di là della nazionalità, della religione, siamo tutti uguali" ha affermato.

Nella prima parte della serata è stato proprio lui, Rohani, a dirigere l'orchestra nell'esecuzione dei due Inni nazionali, seguita poi con musiche di Rossini (L' Ouverture del Guglielmo Tell) e di Tchaikovsky ( Capriccio italiano).

Il Maestro Alberto Veronesi ha poi diretto un delicato componimento di Puccini (Crisantemi), mentre la seconda parte del programma ha visto la magistrale direzione del Maestro Paolo Olmi.
La BBC di Teheran, commentando l'intervento dei tre Direttori che si sono alternati sul podio, ha definito questa serata "la più importante e coinvolgente del Fajr Festival 2017"

Il commento dell'ambasciatore Umberto Vattani al concerto di Teheran
la Quinta sinfonia di Beethoven, risuonata nelle volte del più prestigioso Auditorium di Teheran, il Vahdat Concert Hall, ha avuto un significato speciale. È stata la prima volta, dalla rivoluzione del ’79 che un’orchestra sinfonica occidentale si è esibita in Iran, diretta dal Maestro Paolo Olmi.

Un invito di eccezionale importanza, che s’inserisce in un percorso dalle lunghe radici.  Nel 1997, ero alla Farnesina come Segretario generale allorché, si profilò, durante la Conferenza dell’Organizzazione Islamica Mondiale, il nuovo corso della politica estera iraniana, con l’intervento del presidente Mohammad Khatami, eletto da pochi mesi.

Rispondendo a distanza alla teorizzazione di Samuel Huntington dello "scontro fra le civiltà", Khatami introduceva il concetto del "dialogo fra le culture".

Il suo intervento nell'OIL del 9 dicembre del 1997 rappresentava una novità, una speranza di moderazione e di riforme rispetto all'integralismo che aveva dominato la vita interna dell'Iran per molti anni. Ci sembrò un’apertura molto promettente.

Su invito del Ministro degli Esteri Kamal Kharrazi, che avevo conosciuto all’ONU, dove era stato Rappresentante del suo Paese, il 22 dicembre 1997, mi recai a Teheran.

Fu la prima visita di un esponente occidentale, dopo le varie vicende che avevano portato alla rottura dei rapporti con l’Iran. Oltre a Kharrazi, vidi anche il Ministro della Cultura, Moharajani, con cui si studiarono iniziative in campo culturale. Già allora, la politica estera italiana perseguiva gli obiettivi di ampliare il ventaglio delle possibili collaborazione oltre che ai rapporti politici ed economici.

Tra i risultati di questi primi incontri, vi fu un primo vertice fra il Ministro degli Esteri Lamberto Dini e il suo omologo iraniano, Kharrazi, a fine gennaio, nella sede neutra di Davos. Fu la prima missione di disgelo.
Nel cucire i rapporti, procedemmo, poi, con grande celerità: il 2 marzo il ministro Dini era già a Teheran, in visita ufficiale per vedere su quali basi si poteva costruire il dialogo e la collaborazione; tre mesi dopo, a fine giugno ’98, seguii nella sua visita in Iran una delegazione italiana, guidata dal Presidente del Consiglio Romano Prodi, con il ministro del Commercio con l’Estero, Augusto Fantozzi e un numeroso gruppo d’imprenditori italiani.
 
Fu questa la prima visita, definita "spettacolare" da Le Monde, di un capo di governo europeo dalla rivoluzione di Khomeini che avrebbe portato l'Iran a uscire dal suo isolamento.
Lo storico incontro tra Prodi e Khatami oltre a riconoscere all'Italia il ruolo di partner privilegiato e canale primario di comunicazione con l'Occidente, favoriva anche la ripresa di un dialogo politico con i partners europei.
Consacrazione di quest’intensa attività diplomatica, proseguita anche successivamente, fu la visita del presidente iraniano Khatami a Roma, l’11 marzo ’99, in assoluto la prima in un Paese occidentale.

Quest’accelerazione nei rapporti non sarebbe stata possibile, se fra l’Italia e l’Iran non si fosse trovato un fertile terreno di collaborazione e di dialogo, che proseguì negli anni successivi. Una strada che subì una lunga interruzione, fra il 2005 e il 2013, allorché andò al potere Ahmadinejad
Successivamente, non senza fatica, si è ripresa la direzione del dialogo.

Il concerto di giovedì 19 gennaio 2017  ne è una ulteriore testimonianza.

La diplomazia culturale, nel caso dei rapporti con l’Iran, come con altri Paesi, ha assunto un ruolo fondamentale e l’Italia eccelle in questo campo, forte del suo patrimonio e della sua storia, che le attribuiscono un primato universalmente riconosciuto.

Riflettendo sulla situazione attuale, la collaborazione avviata dopo l'avvento del nuovo presidente Hassan Rohani e del suo governo tecnocratico rappresenta una piattaforma sulla quale si può costruire.
Attualmente, l’Iran costituisce il più importante e stabile Paese del suo quadrante e, pertanto, il suo ruolo e la sua collaborazione sono importanti per la stabilità di quell’area  e il contrasto al terrorismo.
Occorrerebbe continuare ad incoraggiare il dialogo con le Nazioni occidentali. Certamente non possiamo nasconderci  che permangono alcune diverse sensibilità in politica internazionale e sul piano della costruzione politica  e sociale. Ma proprio per questo  ritengo che occorra accompagnare l'Iran nella strada intrapresa dell'apertura e del graduale aggiornamento.

Sarebbe un errore ignorare le opportunità di dialogo, di scambio e di collaborazione in tanti settori che la situazione attuale offre ai paesi occidentali e  accentuare soltanto le divergenze e le aree di conflitto e porre esclusivamente l'accento sui motivi di preoccupazione che pure sussistono.
Sarebbe inutile per tutti tornare alla stagione delle sterili incomprensioni e delle chiusure ermetiche.

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