Gabriele Antonucci

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Micidiali riff di chitarre, ritmica serrata, voce aggressiva e tanta voglia di divertirsi.

Questi, in sintesi, gli ingredienti del successo degli Ac/Dc, la band australiana più importante di sempre, che dal 1973 porta pervicacemente avanti la sua visione dionisiaca del rock and roll, senza cedere mai alle lusinghe di una power ballad da accendini nello stadio.

Non c’è praticamente un gruppo heavy metal o grunge che non debba qualcosa alla band fondata dai fratelli Young, che ha riportato l’hard rock alla selvaggia energia delle origini, proprio mentre il prog rock dilagava con le sue lunghe code strumentali all'insegna del freddo virtuosismo.

La dolorosa defezione del chitarrista ritmico e cofondatore Malcolm Young per motivi di salute dopo 41 anni di miltanza nella band , sostituito dal nipote Stevie, non ha impedito agli Ac/Dc di realizzare il quindicesimo capitolo della loro storia, Rock or bust.

L'album, pubblicato in tutto il mondo il primo dicembre 2014, ha invece stupito ancora una volta per l’inconfondibile sound, per la sua freschezza e per la sua solidità.

Non a caso l'unica tappa italiana del Rock or Bust World Tour a Imola è stata aperta alle 21.20 proprio da Rock or Bust, come a dire, siamo sempre qui, vivi e vegeti, e non vi libererete facilmente di noi.

Un concerto degli Ac/DC è un'esperienza di pura esaltazione collettiva che non si può raccontare, tanto è il coinvolgimento fisico ed emotivo del loro rock brutale e senza fronzoli, ma che va vissuta in prima persona almeno una volta nella vita. Proveremo a farlo lo stesso.

Il precedente Black Ice Tour è stato dichiarato il secondo tour più remunerativo della storia del rock, con un incasso di 441,6 milioni di dollari. Se dovesse superare anche questo incredibile risultato, la band australiana avrebbe poche motivazioni e troppi anni sulle spalle per affrontare un nuovo tour mondiale tra 4-5 anni. Per questo i 90.000 biglietti del concerto all'Autodromo Internazionale Enzo e Dino Ferrari di Imola, organizzato dalla Barley Arts di Claudio Trotta, sono stati bruciati in una manciata giorni: meglio non perdere il possibile ultimo concerto italiano dei propri beniamini.

Partiamo subito dalla domanda che tutti si ponevano riguardo al nuovo tour: sono riusciti i nuovi entrati a non far rimpiangere due colonne della band come Malcolm Young e Phil Rudd? Il nuovo chitarrista ritmico Stevie Young, figlio maggiore del fratello più grande di Angus, era chiamato al proibitivo compito di sostituire lo zio Malcolm ma, a giudicare dal risultato finale, l’esame del live è stato superato a pieni voti.

Phil Rudd, ancora alle prese con i suoi guai giudiziari, è stato sostituito nel tour da Chris Slade, che ha già fatto parte della band dal 1990 al 1994, solido e dotato batterista rock che ha scandito con energia metronomica  per due ore la ritmica indiavolata degli Ac/Dc.

Il palco che domina l'Autodromo di Imola è davvero imponente, con una lunghezza di 45 metri per una profondità di 26, con due gigantesche corna ai due lati del palco che ormai sono entrate a pieno titolo nell'iconografia del rock fin dai tempi dell'album cult Highway to hell del 1979, l'ultimo con Bon Scott come frontman.

In più 8 schermi e 8 torri delay audio/video hanno reso il concerto perfettamente fruibile anche agli spettatori arrivati all'ultimo momento nel Paddock.

Dopo il godibile antipasto musicale dei Vintage Trouble, alle 21.20 si abbassano le luci e i due enormi maxischermi ai lati del palco proiettano lo sbarco dell'uomo sulla luna, nella visione però degli Ac/Dc, con la bandiera australiana al posto di quella a stelle e strisce.

All'improvviso un meteorite si scaglia contro il satellite della Terra e degli spettacolari fuochi pirotecnici dal palco annunciano l'ingresso trionfale della band.

Si parte in quarta con il solido riff di Rock or Bust che, pur avendo solo pochi mesi, suona già come un classico del loro repertorio.

Brian Johnson saluta i 92.000 spettatori accorsi: "Buonasera Imola, vi piace il rock? Allora andiamo!". 

Grande entusiasmo scatena Shoot to thrill, dall'album-capolavoro Back in black, anno 1980, il primo senza Bon Scott. 

Alcuni iniziano a "pogare", quasi tutti battono le mani, mentre un boato accompagna il primo duck walk di Angus Young, che appare subito in grande forma.

Si torna ancora più indietro nel tempo con Hell ain't a bad place to be, da Let there be rock del 1977, nella quale Angus si diverte a fare le corna e a incitare gli spettatori, che non aspettano altro.

Bastano le prima battute di Back in black per scatenare il delirio collettivo, con il celebre logo dell'album che compare sul maxischermo dietro ai musicisti. Angus è incontenibile nella sua consueta divisa da scolaretto, regala riff e assoli a ciclo continuo, carica il pubblico, corre da una parte all'altra del palco. Insomma, si diverte e vuole divertire, riuscendoci alla grande.Brian Johnson, da parte sua, canta con voce sicura ed espressiva, anche se con un tono più basso rispetto a 35 anni fa.

E' poi la volta di un altro brano da Rock or bust, Play ball, famoso per essere la sigla delle seguitissime Final Series di baseball.

Se vuoi fare soldi sporchi devi fare lavori sporchi, sembra suggerire la canzone Dirty deeds done dirt cheap, dall'omonimo album del 1976, uno dei cavalli di battaglia del compianto Bon Scott.

Uno dei momenti più coinvolgenti della serata è sicuramente l'inno da stadio Thunderstruck, il brano trainante di The razors edge del 1990, che innesca il consueto call and response con il pubblico, che urla a pieni polmoni "Thunder!", fino a che la potente rullata di Slade scatena una vera e propria ondata umana.

Si ritorna agli esordi della band con High voltage 1974, quasi un manifesto programmatico della loro estetica a base di riff incendiari, ritmica metronomica e chorus coinvolgenti. Sia in esso che nel successivo Rock 'n' roll train il frontman Brian Jonson, sorridente e in buona forma vocale, si diverte a coinvolgere gli spettatori in continui botta e risposta, improvvisandosi anche direttore d'orchestra.

E' il momento di uno dei topos dei concerti degli Ac/Dc, l'inquietante campana di Hells Bells, che fa scattare in alto gli smartphone per immortalare la suggestiva scena. In effetti non capita tutti i giorni di vedere un'enorme campana color piombo. con il logo dorato degli Ac/Dc, penzolare sopra il palco di un concerto rock.

Il bluesaccio sporco e incalzante Baptism by fire, dal recente Rock or bust, conferma che non si è ancora esaurita la felice vena compositiva del gruppo australiano.

Entusiasmo alle stelle per il classico You shook me all night long, tanto che la regia indugia per una volta sugli spettatori che la cantano a squarciagola dalla prima all'ultima nota.

Atmosfere torve e depravate caratterizzano la lasciva Sin city, con Brian Johnson che gioca con il suo lato mefistofelico, mentre Angus suona la chitarra con la cravatta. 

Shot down in flames,Have a drink on me e T.N.T.mettono in luce il perfetto affiatamento tra la chitarrra ritmica di Stevie Young, che ha il compito di tenere insieme i fili dei brani, e quella solista di Angus Young, che appare ormai madido di sudore e quasi trasfigurato dalla trance da concerto.

Ci avviamo quasi alle battute finali con Whole Lotta Rosie, omaggio dichiarato ai Led Zeppelin e alle donne in carne, tanto che non può mancare il pupazzo gonfiabile della famigerata Rosie, e con la travolgente Let there be rock, al termine della quale esce una passerella rialzata che ospita un lunghissimo assolo di Angus nel quale accena i riff di alcuni brani del loro repertorio che non sono entrati in scaletta. Dopo quasi dieci minuti consecutivi di assolo, ricchi di passione e di inventiva, il chitarrista si getta a terra, come stremato dall'immane sforzo, ricoperto dai fragorosi applausi dei 92.000 di Imola in una sorta di grande abbraccio collettivo al proprio beniamino.

C'è ancora il tempo per due bis che, a questo punto, sono quasi obbligati e ampiamente preventivabili: l'iconica Highway to hell, durante la quale Angus indossa come da tradizione le corna luciferine, e la conclusiva For those about to rock(We salute you), che dà il titolo all'omonimo album del 1981, dove non possono mancare sul palco la bellezza di dodici cannoni che sparano ripetutamente a salve, fino ai fuochi d'artificio conclusivi, in un travolgente crescendo di emozioni. "Grazie Italia, grazie Imola!", si congeda Brian Johnson insieme alla band.

Il concerto, durato due ore, ha rivelato un gruppo in piena salute, che dal vivo non ha ancora rivali per capacità di coinvolgimento e di spettacolarità.

Abbiamo vissuto esattamente quello che ci aspettavamo da un concerto degli Ac/Dc, dove si canta, si balla e si suda senza risparmio di energie, sia sopra che sotto al palco.

Sarà solo rock and roll, ma ci piace, eccome.

La scaletta del concerto

Rock or Bust (Rock or Bust, 2014)

Shoot to thrill (Back in black, 1980)

Hell ain't a bad place to be (Let there be rock, 1977)

Back in black (Back in black, 1980)

Play ball (Rock or bust, 2014)

Dirty deeds done dirt cheap (Dirty deeds done dirt cheap, 1976)

Thunderstruck (The razors edge, 1990)

High voltage (High voltage del 1974)

Rock 'n' roll train (Black ice, 2008)

Hells Bells (Back in black 1980)

Baptism by fire(Rock or bust)

You shook me all night long (Back in black, 1980)

Sin city (Powerage, 1978)

Shot down in flames (Highway to hell, 1979)

Have a drink on me (Back in black, 1980)

T.N.T. (High voltage, 1974)

Whole lotta Rosie (Let there be rock, 1977)

Let there be rock (Let there be rock, 1977)

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Highway to hell (Highway to hell, 1979)

For those about to rock (We salute you) (For those about to rock, 1981)


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