Il Punk ha vinto

Dalla Westwood a Gareth Pugh, attraverso Alexander McQueen e molti altri: così, nel 2013 come in quegli anni ’70, l’estetica del caos riafferma il suo carisma. Il punk, l'arte e la moda sono i protagonisti del nuovo numero di Flair, in edicola con Panorama

John Lydon by Ray Stevenson 1976

John Lydon in uno scatto di Ray Stevenson nel 1976 – Credits: Ray Stevenson (foto tratta dalla mostra Punk Chaos to Couture, Metropolitan Museum of Art – New York)

Tim Blanks

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Lo sguardo folle che campeggia in primissimo piano sull’invito al recente défilé newyorkese del brand di moda britannico Sibling è inconfondibile. Sono gli occhi di Richard Hell, icona punk.

Agli inizi del 1975 Malcolm McLaren, allora manager dei New York Dolls, rimase talmente folgorato dallo stile di Hell (capelli a cresta, T-shirt strappate e piene di spillette, nonché una studiata posa artistica antisociale), che nel maggio di quello stesso anno tornò di corsa a Londra per trasformare quello stile decisamente newyorkese in «qualcosa di più british», come disse lui. Il 6 novembre 1975, la band che McLaren aveva fondato ispirandosi a Hell tenne il suo primo concerto alla St Martins School of Art. Il loro nome? Sex Pistols. McLaren affermò sempre di essere stato lui a far scrivere al gruppo il grido di battaglia nichilista Pretty Vacant, che suona come “vuoti dentro”, in risposta all’inno proto-punk di Hell Blank Generation, “generazione vuota”.

È più che mai ragionevole, quindi, che gli occhi di Hell siano una delle prime immagini della moda del 2013, e di quelle destinate a restare. Perché questo è l’anno del punk (è anche l’anno di David Bowie, ma questa è un’altra storia). A maggio il Costume Institute del Metropolitan Museum of Art di New York inaugurerà una mostra intitolata PUNK: Chaos to Couture. Le mostre del MET sono paragonabili a veri e propri sismografi. I curatori Harold Koda e Andrew Bolton sono fenomenali nell’individuare quel certo non so che nell’aria e trasformarlo in un momento di svolta della cultura pop. O, per lo meno, è quel che hanno fatto con la mostra dedicata ad Alexander McQueen nel 2011. In questo caso, se non altro, PUNK: Chaos to Couture ha un nome orecchiabile con buone probabilità di attirare un vasto pubblico, il quale dal canto suo sperimenterà una sorta di esperienza epifanica – anche se non proprio allo stesso livello dello Sturm und Drang emotivo di McQueen. Ma il concetto di “epifania” è un buon punto di partenza per esplorare il punk.

All’epoca dei suoi selvaggi, incandescenti albori, vivevo a Londra. Ogni giorno si poteva scegliere dove trascorrere la serata – pub, circoli, fatiscenti sale da ballo – per sentire suonare nuovi gruppi che irradiavano carisma e rabbia adolescenziali. Il pubblico era sempre parte integrante dello spettacolo. Le epifanie personali di cui serbo un geloso ricordo? Un sabato pomeriggio su King’s Road, un bellissimo ragazzo dalla carnagione pallida, i capelli pettinati in perfetto “Ziggy style”, benché parecchio più lunghi (Bowie ebbe una grande influenza sui primi punk), e tinti di una sfumatura di blue navy che si abbinava alla perfezione alla “drape jacket” che aveva indosso. La concezione che si nascondeva dietro quel look riassumeva tutta la bellezza dell’essere giovani e spensierati a quei tempi. Rimasi impressionato, persino intimorito.

Non così tanto, però, quanto durante una serata al Cambridge Arms, il pub su Charing Cross Road, quando vidi entrare Johnny Rotten e Sid Vicious. Erano alti e bellissimi, giovani dèi all’apice del loro splendore. Giuro di non aver mai visto fino a oggi una foto dei due che rendesse loro giustizia. Sid, soprattutto, sembrava trasformarsi in una elfo ghignante non appena c’era una macchina fotografica nei paraggi. Quella sera Sid e Johnny erano in compagnia di Siouxsie Sioux. Indossava un impermeabile di plastica trasparente con – se la mia memoria infervorata non m’inganna – niente sotto. Ma probabilmente immaginerete già quant’era incantevole, ammaliante, magnetica al momento della sua apparizione: era l’inizio del 1976, e lei la più glamour degli accoliti adolescenti dei Pistols.

Quello che sto cercando di dire è che il punk, prima di diventare una “posa”, un “atteggiamento” – prima cioè che degenerasse in quel culto del brutto fatto di piercing, creste, Dr Martens e finta indignazione, che ha poi marchiato a fuoco la sua immagine pubblica – era una forma di avanguardia estetica. I suoi primi adepti londinesi furono gli studenti d’arte. Non è un caso che il primo concerto dei Sex Pistols si sia tenuto proprio alla St Martins. Uno dei membri originari della band, il bassista Glen Matlock, studiava lì. Erano gli stessi ragazzi che avrebbero rivoluzionato il glam rock, riplasmandolo nella nuova crudezza del punk, e trasformato in seguito i principali ritrovi di quella cultura, come il Roxy e il Vortex, in club come il Blitz e il Taboo, dando vita a una loro moda, una loro arte e una loro musica.

Ma ciò che differenziava il punk da tutto ciò che era venuto prima e che venne poi, era proprio la sua carica sovversiva – un attacco estetico, vitale come mai prima d’allora, all’ortodossia culturale. Non c’è di che meravigliarsi, considerati i personaggi che gli diedero forma. Richard Hell, ad esempio, già da adolescente aveva pubblicato diverse poesie su periodici e riviste, ispirandosi, nella vita e nell’arte, all’enfant prodige del simbolismo francese, Arthur Rimbaud (che sarebbe potuto essere benissimo il primo punk della storia, un secolo prima dei Sex Pistols).

Malcolm McLaren è una personalità persino più significativa. Ribattezzato non a torto “il Djagilev del punk”, era affascinato da Guy Debord e dai situazionisti francesi, col loro insistere su una completa fusione di arte e politica, non solo come critica a una società conservatrice e reazionaria, ma come mezzo per sovvertirla. Nei primi anni ’70 McLaren e Vivienne Westwood, sua partner e socia di creazioni stilistiche, lanciarono una sfida dietro l’altra alla società delle convenzioni e del perbenismo, glorificando ciò che era reietto, emarginato, fuorilegge, persino perverso, dal loro quartier generale, un negozio al numero 430 di King’s Road. Il negozio aprì i battenti nel 1971 col nome di “Let It Rock”, vendendo abiti ai teddy boys. Nel 1973 divenne “Too Fast to Live, Too Young to Die”, con look per rocker ribelli. Nel 1974 fu ribattezzato “Sex”, con articoli fetish e bondage disegnati dalla Westwood. Poi, nel dicembre del 1976, “Sex” divenne “Seditionaries”, un perfetto tempio situazionista dell’anti-moda, dove un oggetto semplice come una T-shirt poteva essere trasformato in uno strumento per lanciare un messaggio politico/sessuale/sociale – e talmente offensivo verso le convenzioni che il fatto stesso di indossarla era sufficiente per farti arrestare.

La parabola commerciale del numero 430 di King’s Road è di per sé una saga epica. Mosse i primi passi come crogiuolo del punk, inteso come un attacco a idee e a un’estetica ormai acquisiti. Divenne un circolo di ritrovo per artisti rivoluzionari come Johnny Rotten, Siouxsie Sioux e Chrissie Hynde. Westowood e McLaren ribattezzarono le loro creazioni “Clothes for Heroes”, abiti per eroi. Le mise bondage, i tessuti scozzesi e le camicie in mussola, caratterizzati da una grafica violentemente provocatoria, possedevano una loro pagana bellezza, che ebbe sin d’allora un’eco potente e sonora nelle creazioni degli stilisti. Il curatore Andrew Bolton, nella sua introduzione al catalogo di PUNK: Chaos to Couture, afferma qualcosa di molto simile quando scrive: “Nessun altro movimento della controcultura ha avuto un’influenza tanto importante e duratura sull’alta moda”.

È facile capire perché, con tutto quello che è successo da allora. Gli artisti parlano spesso del loro “processo creativo”. È l’alchimia della creazione: la fase intermedia è vitale tanto quanto il risultato finale. Il punk ruotava unicamente intorno al processo. Era un’esperienza trasformatrice, una volontà di azzerare quasi tutto ciò che si conosceva per attribuirgli un nuovo valore – quello che facevi, che indossavi, che ascoltavi, che leggevi, che guardavi, persino quello che mangiavi o le persone con cui andavi a letto (se, tipo, non mangiavi o non scopavi perché ti facevi di troppa eroina e/o speed).

Il punk stabilì una pietra di paragone per un nuovo genere di autenticità e immediatezza, mettendo in primo piano – e di conseguenza autorizzando – l’individualità. Se il gioioso No Future! di Johnny Rotten in Pretty Vacant viene considerato di solito un riflesso della disperazione e dell’impotenza anarchiche alla base del punk, il vero modus operandi dell’estetica del movimento era molto più creativo e ottimista: Do It Yourself – fattelo da solo, pensaci tu. E dall’anno rivoluzionario 1977, quell’invocazione al potere dell’individuo, in grado di disturbare e sovvertire lo status quo, ha ispirato artisti, registi, musicisti e stilisti tra i più visionari della nostra epoca, da Hirst, McQueen e Cobain, a tutte le schiere di liberi pensatori. A rivendicare la paternità dell’estetica punk è – incredibilmente – Zandra Rhodes. La stilista inglese sostiene di essere stata lei a lanciarla con la collezione Conceptual Chic del 1977 – una collezione “decostruita” che esibiva squarci e spille da balia. Gli strappi di Rhodes, però, erano finemente ricamati, le spille impreziosite da perline, e i capi della collezione comparvero sulle pagine di Vogue indossati dalla modella Jerry Hall.

Quando il migliore amico di Zandra, la drag queen Divine, si mise uno dei suoi vestiti “punk” gli conferì in effetti una deliziosa carica sovversiva tutta sua (il che è più che altro una conferma del carisma eccezionale di Divine). Se c’è una cosa che va riconosciuta alla Rhodes, però, è il merito di essere stata la prima stilista ad apprezzare il potere ancestrale dell’iconografia punk riproposta al di fuori del suo contesto originario. Anni dopo Gianni Versace fece qualcosa di simile presentando, nella sua collezione primaverile, capi pieni di squarci e corredati di spille da balia. Elizabeth Hurley ne indossò uno in occasione della prima di Quattro matrimoni e un funerale, nel maggio del 1994, che passò alla storia come “quell’abito”. Fu un vero trampolino di lancio per la carriera della Hurley e divenne una delle immagini di moda più iconiche alla fine del XX secolo. L’ultima collezione di Donatella Versace rivisita il tardo revival punk del fratello con una collezione intitolata VUNK – una definizione estremista e più che mai adeguata per nuovi outfit ibridi, che sfoggiano pericolosi collari di aculei, kilt scozzesi e abiti squarciati combinati con vinile a pelle e una tavolozza di colori power pop.

Questa rilettura, esagerata e quasi caricaturale, è un segno dell’involuzione biologica del punk – paragonabile a una tigre che di punto in bianco si sia trasformata in un micetto. D’altra parte, presumere che l’estetica punk abbia esaurito la sua carica graffiante e rivoluzionaria sarebbe sbagliato. La sfilata della collezione autunno/inverno di Gareth Pugh si è concluso con un finale sorprendente, che ha portato in passerella abiti spettacolari realizzati con buste di plastica per l’immondizia. Il materiale,  che frusciava morbidamente sotto gli occhi degli spettatori in prima fila, ricordava quasi il taffetà. “Spazzatura trasformata in una gemma preziosa”, ha scritto Jo-Ann Furniss su Style.com. Il principio del fai-da-te elevato ad arte – e, di nuovo, la straordinaria alchimia della creazione. Ricordava una delle ultime collezioni disegnate da Alexander McQueen prima della sua morte, in cui lo stilista creò delle silhouette con materiali che avevano tutta l’aria di essere sacchetti di plastica per immondizia, pellicola protettiva e “millebolle”, mentre le acconciature delle modelle erano realizzate utilizzando lattine vuote.

Quando venne presentata in passerella, la collezione non finse neppure di attenersi a norme di bellezza convenzionali. E in realtà la sua essenza metteva in discussione proprio l’autorevolezza di quelle norme. Ma McQueen è sempre stato entusiasta all’idea di mescolare il brutto al bello, e viceversa. Il valore nominale per lui non aveva importanza. Ecco perché, a mio parere, tra tutti gli stilisti McQueen è quello più istintivamente punk, persino più di Vivienne Westwood. Ma è improbabile che sarebbe riuscito a fare una grande carriera senza il sentiero già tracciato dalla Westwood e da McLaren. Lo stesso si può dire di John Galliano, la cui sfrenata creatività si è sprigionata nel fermento culturale della Londra post-punk. E se dovessi buttare giù una lista di alcuni degli stilisti più rivoluzionari dell’ultimo quarto di secolo – partendo da Rei Kawakubo, passando per Jean Paul Gaultier nel suo periodo di gloria nei primi anni ’90, Martin Margiela e Miuccia Prada, fino ad arrivare a Helmut Lang e Junya Watanabe – è evidente che l’eredità della Westwood attraversa come un prezioso fil rouge tutte le loro creazioni.

Un’eredità che è anche quella del punk. È quasi un paradosso che la moda sia uno dei settori in cui quest’eredità continui a prosperare, dato che la fashion industry affonda con fermezza le sue radici nel consumismo. Ma la moda ha sempre funzionato anche come un commento, un’interpretazione nelle mani dei suoi creatori più visionari, quali Westwood, Kawakubo e Prada, e oggi più che mai siamo circondati di materiale da osservare e su cui esprimere opinioni. Se nel mondo contemporaneo è la tecnologia a fornire dati ed esperienze in grado di trasformare il reale, è importante come non mai continuare a mettere in discussione l’autorità e la legittimità del sistema con cui ci vengono forniti questi input. Il punk è sempre stato eccezionale nel porre domande. La moda, nei suoi esempi più alti di libertà e creatività, si è ugualmente dimostrata un valido spazio di discussione. E quest’anno i due fenomeni sono strettamente intrecciati, come non accadeva da trentacinque anni. Fareste bene a tenere gli occhi aperti.

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