Faccia-a-faccia con Tinto Brass

La nouvelle vague e la censura. Il “lato b”, parte per il tutto. E poi dive, nostalgie, progetti. Il regista più irriverente racconta a Flair l’ultima, grande trasgressione collettiva. In edicola con Panorama

Tinto Brass, 80 anni, una filmografia che ha segnato il costume italiano, sta lavorando al progetto del film Ziva, l’isola che non c’è

Costanza Rizzacasa d'Orsogna

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Si rende conto che lei ha passato sessant’anni a inquadrare sederi? Non è una visione del mondo un po’ limitante, diciamo così? «Sbaglia. Nel c**o di una donna, nel modo in cui esso si muove, ci sono possibilità infinite. Per questo nei miei provini le attrici sono sempre nude. È il modo di portare il c**o, la qualità fondamentale. E come lo fanno alcune è entusiasmante».

Ha compiuto ottant’anni, Tinto Brass, il Maestro della parte per il tutto, ed è malato. La voce è debole, e a vederlo così, affaticato e fragile in pigiama sul divano, è difficile credere che sia lo stesso che qualche minuto dopo racconta ridendo: «Debora Caprioglio (protagonista di Paprika, 1991, ndr) sul set faceva tutto quello che le si chiedeva e anche di più. “Riesco a tirarti fuori ciò che neanche tu conosci di te stessa”, le dicevo. Avemmo una storia. Certo, poi mi ha rinnegato. Quando girò con la Archibugi disse che finalmente stava facendo un film d’autore.

Tranne Serena Grandi e Stefania Sandrelli, mi hanno rinnegato tutte. Quando girammo La chiave, la Sandrelli disse ai giornali di essere orgogliosa di aver recitato anche col c**o. Con lei volevo fare un film sull’erotismo in menopausa. Ancora oggi mi chiede, “Maestro, quand’è che lo facciamo?”». Molto peggio andò con Maria Schneider. «In Caligola, il mio kolossal sull’Antica Roma, doveva indossare una tunica che la lasciava tutta nuda. Invece, si presentò sul set totalmente coperta. La mandai via. Era ancora turbata da Ultimo tango a Parigi (pellicola-scandalo di Bertolucci del 1972, ndr). Che a me era piaciuto, anche se forse l’avrei fatto meglio. I miei film erano molto più d’impatto».

Sua moglie, Carla Cipriani, chiamata la “Tinta”, dov’era in tutto questo?
Accanto a me. Era il mio braccio destro, la mia ispirazione. Ma non m’impediva di comportarmi liberamente. Quando usciva un film sparpagliava per terra i giornali, dicendo: «Più critiche negative che positive? Bene, allora sarà un successo». L’avevo conosciuta a Venezia, prima di iniziare a fare il cinema. Io ero molto attraente, lei lavorava all’Harry’s Bar, fondato dal padre Giuseppe. Ogni giorno andavo a prenderla in barca e la portavo fuori in laguna. Facevamo l’amore e poi la riportavo.

Erano tante le critiche negative?
Tantissime. Del resto non mi capivano neanche i miei: a 17 anni mi mandarono via di casa, cambiando la serratura, perché mi ritenevano un pessimo esempio per i miei fratelli. Negli Anni ’60 e ’70, in Italia, i miei film non venivano compresi, perché utilizzavo il modo di raccontare della Nouvelle Vague. Così decisi di inventare un nuovo genere. "La chiave" fece l’incasso allora più alto d’Italia e fu anche un successo di critica. Di "Miranda", poi, scrisse bene anche Moravia (“Insignificante, ma molto espressivo”). Andavamo fuori a cena: lui, completamente sordo, urlava sempre. Voleva che adattassi il romanzo "L’uomo che guarda". Lo feci quando morì, offrendo alla moglie, Carmen Llera, il ruolo di protagonista. Rifiutò, come aveva fatto per "Paprika".

Oggi con chi le piacerebbe lavorare?
Filippo Timi. Sarebbe perfetto per la mia sceneggiatura su Gabriele D’Annunzio. E Kasia Smutniak. Una volta le ho anche scritto, chiedendole di partecipare a un mio progetto. Non mi ha mai risposto.

E tra i registi, invece, chi apprezza?
In Italia nessuno. Il nostro cinema non ha il coraggio di rischiare. E anche nell’arte è così. Uno per tutti, Francesco Vezzoli. Anni fa portò a Venezia il trailer di un inesistente remake di "Caligola". Disse che il suo obiettivo era di «dare a Tinto quel che è di Tinto». Poi però lo intitolò "Gore Vidal’s Caligula". Una furbata: Vidal era soltanto lo sceneggiatore. Mi sentii tradito. Dei registi internazionali invece stimo molto Tarantino, che per me ha un’adorazione. Venne a trovarmi tanti anni fa, quando non era ancora famoso. Io ero a Torcello, un’isola vicino Venezia. Arriva questo motoscafo scassatissimo da cui sbarcano lui e un altro regista. Abbiamo parlato per tutto il pomeriggio…  

L’intervista a Tinto Brass continua sul numero 8 di Flair, in edicola con Panorama .

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