Boy George, il patrono del freak

Nell'ultimo numero di Flair (in edicola dal 28 novembre) , Boy Gorge racconta la nighlife londinese degli Anni ’80, mentre sta uscendo un suo nuovo album ed espone per la prima volta le sue fotografie

Un ritratto di Boy George – Credits: Dean Stockings

Silvia Mapelli

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«Arte è la capacità di correre rischi. E questo è quello che faccio». Boy George, il più provocatorio e colorato divo degli Anni ’80, si presenta così. Torna sulla scena con un nuovo disco, This Is What I Do, e una mostra fotografica, This Way Out, a Liverpool, per il Festival Homotopia, l’ex leader dei Culture Club, band dalle hit planetarie quali Do You Really Want to Hurt Me e Karma Chameleon.

Ricorda con Flair quel periodo edonisticamente eversivo. «Quando esplose il successo dei Culture Club, avevo vent’anni e il successo mi travolse. Ero giovane e non avevo nessun controllo sulle mie emozioni», spiega. «Prendevo in giro Madonna per la sua fissazione col fitness e consideravo George Michael uno scienziato che creava armonie in laboratorio. Ma segretamente li ammiravo». 

Che cosa rappresenta per lei l’età del Clubbing?
L’ultimo decennio di vera sperimentazione. In cui non ho avuto paura di essere me stesso e, senza rendermene conto, sono diventato il santo patrono di freak e disadattati. Solo ora ho capito l’importanza di certi miei atteggiamenti e l’influenza che hanno avuto sugli altri. E ora come allora, in un mondo che mi sembra sempre meno tollerante, io continuo a rappresentare gli outsider.

Gioco di associazioni. Che cosa le viene in mente?
I fiumi di lacca e le tonnellate di ghiaccio secco.

E della moda, che cosa si ricorda?
Che era stravagante, esagerata, “over the top”. Ma anche ambigua e liberata. Soprattutto per gli uomini. Mi piaceva il make-up pesante, vistoso. Le gonne, i cappelli da pirata di Vivienne Westwood. Di soldi non ne giravano e mescolare dettagli firmati con altri recuperati nei mercatini di seconda mano era la norma. Di recente, alcuni dei miei look più classici sono riapparsi sulle passerelle (grazie Jean-Paul Gautier!), e sono stati riproposti anche a chi non mi conosceva.

Il mood di quelle notti londinesi?
Vanesio ma cosciente della liberazione sessuale in atto.

Al ritmo di Karma Chameleon, naturalmente? 
In un decennio che ha saputo mescolare le influenze musicali di diversi paesi, i Culture Club ne hanno sicuramente celebrato le vibrazioni.

Che memoria conserva dei locali che frequentava?
Erano come noi: vivaci e pretenziosi. Dove, come affermò Leigh Bowery a proposito del dress code del suo Taboo, bisognava vestirsi come se la nostra vita dipendesse da quello. Se non avevi il look giusto, venivi respinto senza appello. L’insulto peggiore era: omologazione. Ognuno era stilista del proprio look e per crearlo, si spendevano intere giornate. E il Taboo, come Bowery, divenne leggenda. Lì non c’erano regole, neppure musicali. Ricordo l’eccitazione di potersi travestire, e ballare, avendo la consapevolezza di non essere “visto” da nessuno. Perché nessuno ti giudicava.

I suoi modelli di allora?
Come per Steve Strange e Tom Hadley (rispettivamente leader dei Visage e degli Spandau Ballet,ndr), anch’io amavo i glam rocker degli Anni ’70. Ma in realtà tutti noi volevamo essere Bowie, l’artista più stravagante ed eclettico di allora, con il quale tutti eravamo cresciuti. E nel quale, per la prima volta, musica e stile si fusero.

Boy George come Ziggy Stardust?
Sì, Bowie è stata un’icona. Come il meraviglioso Lou Reed appena scomparso. E poi Michael Jackson, Prince, Johnny Rotten e Siouxsie Sue. Persone con immagine, personalità, ma anche con un’eccezionale talento musicale. Artisti talmente unici, le cui canzoni non poter essere replicate da nessun altro.

Anche Madonna?
Lei aveva quest’identità travolgente e con canzoni come Papa Don’t Preach, lanciava messaggi sociali importanti. Era vista come una nuova femminista e per un certo periodo, è stata sicuramente all’avanguardia. Non ci sono dubbi che fosse avanti anni luce nel trovare idee per rinnovare la sua arte. Se Madonna non ha inventato il “Voguing” (lo stile di danza che ricorda una sfilata in passerella,ndr), di sicuro l’ha fatto diventare suo.

Dopo 18 anni, oggi lei torna con "This Is What I Do".
È un amante di cui posso fidarmi. Le mie canzoni sono domande di cui non possiedo la risposta. Ma a 52 anni, non credo di avere lo stesso bisogno di risposte di quando ero giovane. E accetto che ci possano essere cose che non verranno mai completamente spiegate.

E "This Way Out", la sua prima mostra di fotografia, sembra rifarsi all’estetica degli Anni ’80.
E del Glam Rock e del Punk. Il mio amore per la fotografia nasce allora. La fotocamera è sempre stata una compagna fedele, solo che spesso me ne dimenticavo, perdendo scatti potenzialmente memorabili. Oggi, invece, ho un approccio molto più professionale.

E da che cosa è affascinato?
Mi piace giocare con la concezione di sessualità. Mi piace rompere le regole per crearne di nuove e far sì che la gente appaia come s’immagina di essere. 

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