A Venezia Cate Blanchett e l'altra faccia del Me Too e del potere
Cate Blanchett sul red carpet di "Tár", 1 settembre 2022, Lido di Venezia (Foto: Ansa/Claudio Onorati)
A Venezia Cate Blanchett e l'altra faccia del Me Too e del potere
Cinema

A Venezia Cate Blanchett e l'altra faccia del Me Too e del potere

Come prima direttrice d'orchestra a Berlino, l'attrice australiana è faro e abisso di Tár, film in concorso complesso su una donna in disfacimento

La Quinta Sinfonia di Mahler, l’orchestra di Berlino e la prima donna a dirigerla. Cate Blanchett torna a Venezia, dopo aver vinto la Coppa Volpi nel 2007 con Io non sono qui ed essere stata stoica presidentessa di giuria in mascherina nell’edizione delle sfide, quella del 2020 che per prima affrontò il Covid. Torna da attrice protagonista di Tár, faro e abisso di uno dei film di punta e in concorso alla Mostra del cinema numero 79.

Luminosa, con pelle di porcellana e sorriso sempre pronto, Cate Blanchett è ben diversa dalla Lydia Tár che interpreta, prima direttrice d’orchestra nella storia dell’orchestra berlinese immaginata da Todd Field, donna severa e concentrata sul suo successo, sul podio del sudato e meritato potere. Come direttrice d'orchestra ha scalato i ranghi delle «Big Five» orchestre americane mentre nel frattempo componeva e si è aggiudicata tutti e quattro i principali premi, Emmy, Grammy, Oscar e Tony, ottenendo un posto nella lista dei cosiddetti EGOT. Ma l’essere donna non l’ha resa immune dalle derive del potere, che il rumoroso Movimento Me Too ci ha tante volte additato. Invece è forse proprio l’essere donna - e non uomo -, che abusa del potere per avance sessuali, che la porta così velocemente verso la disgrazia.
Risuonano vicende molto attuali, come le accuse di molestie sessuali rivolte al controverso direttore d’orchestra James Levine, cacciato dal Metropolitan Opera di New York.

«Nei film di Todd i personaggi sono molto umani, siamo invitati come fossimo mosche sulle pareti, li vediamo in modo molto intimo», dice Cate al Lido. «Tár è un film di trasformazione. Il mio personaggio alla fine del film è cambiato. Non cambia invece il fatto che sia una persona che non conosce più se stessa. È un essere pieno di contraddizioni».

Tár si svolge in un periodo di tre settimane intense e turbinose, che prevedono la preparazione al lancio del libro di Lydia Tár a New York, in contemporanea a un'esibizione dal vivo a Berlino, per la registrazione del Mahler V ad opera della Deutsche Grammophon.
Le relazioni che Tár ha sono affilate e ambigue. Ha una compagna di lunga data, il primo violino Sharon (la meravigliosa Nina Hoss, che nei suoi sguardi essenziali dice tantissimo), con la quale cresce la figlia adottiva Petra (Mila Bogojevic) in una casa moderna berlinese. Intanto ha sotto le sue ali da fredda e fascinosa predatrice Francesca Lentini (Noémie Merlant), zelante assistente che cerca con lei una connessione ulteriore, sperando un giorno di diventare direttrice d’orchestra. A sciogliere la glacialità da perfezionista di Tár è però il fresco sorriso della violoncellista russa Olga (la musicista Sophie Kauer al debutto come attrice), che accelera il suo baratro.

«Ho scritto il film per Cate. Ho trascorso diversi mesi con lei mentre lei non lo sapeva», sorride Todd Field al Lido guardando la sua musa.
Tár è un film complesso e ostico, come una partitura musicale, e conduce laddove non ti aspetti. Sul ritmo rigoroso della sua direttrice d’orchestra tocca più temi, dalla parità di genere al processo creativo, dalle dinamiche del potere ai pericoli dei rapporti transazionali. Affronta anche la dilagante cancel culture, che distrugge con una battuta da applausi: «Il narcisismo delle vostre piccole differenze porta al più noioso conformismo». L’arte è slegata da vizi o virtù della vita privata dell'artista, come cerca di spiegare Tár con vigore allo studente queer che non ascolta Bach perché, a suo dire, misogino in quanto padre di venti figli: «Non aver fretta di sentirti offeso».

Tár si muove in un ambiente storicamente patriarcale come quello della musica da concerto, seguendo le orme di pioniere come Antonia Brico, Carmen Campori e Sarah Caldwell. «Basta guardare le migliori orchestre. Fino ad oggi nessuna ha nominato una direttrice d’orchestra donna. Questo di per sé rende il nostro film una favola», osserva il regista, il cui precedente film risale al 2006, Little children con Kate Winslet, che ricevette tre nomination all’Oscar.

Per la parte Cate Blanchett ha imparato a parlare tedesco, a suonare il piano - è lei che suona ogni nota - e ha svolto un’ampia ricerca. «Il mio punto di partenza sono state le masterclass di Ilya Musin e il documentario struggente su Antonia Brico» ha spiegato l’attrice australiana. «Ho osservato Claudio Abbado, Carlos Kleiber, Emmanuelle Haim eBernard Haitink per capire chi non era Lydia Tár, ma anche chi aspirava ad essere. La direzione d’orchestra è un linguaggio, un atto colossale di comunicazione creativa».

Lydia Tár è anche lesbica dichiarata. Dopo Carol, per Cate Blanchett un altro personaggio omosessuale. «Pensando a Tár non avevo mai pensato al genere del personaggio né alla sua sessualità», dice la diva splendente. «Spero che oggi siamo abbastanza maturi da guardare il film senza che la sessualità di Lydia Tár sia la cosa più importante».

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