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Cinema

Ritratto di famiglia con tempesta, al cinema - La recensione

L’acclamato regista di "Father and Son", Kore-eda Hirokazu, torna con un film dal tocco delicato in una nottata rivelatrice di sentimenti e di emozioni

Adoro i tifoni perché fanno piazza pulita”. Ah, la saggezza degli anziani. Quelli giapponesi poi.

Come Yoshiko (Kiki Kirin), provvida, savia e magnifica signora di Tokyo la quale, da vedova, s’è trasferita dopo la morte del marito nel piccolo appartamento d’un complesso residenziale (Asahigaoka a Kiyose, un comune nella zona metropolitana): dove, dispensando buonsenso, prova a rimettere insieme i cocci del matrimonio di suo figlio Ryota (Abe Hiroshi) ospitando in casa lui, la sua moglie separata  Kyoko (Maki Yoko) e il loro figlioletto Shingo (Yoshizawa Taiyo) durante la notte ciclonica raccontata da Ritratto di famiglia con tempesta di Kore-eda Hirokazu in sala dal 25 maggio.

Detective per un pugno di yen

Ryota è uno scrittore, mezzo fallito come tale e come uomo. Che, dopo il relativo successo del suo primo romanzo, fatica a escogitare il secondo e per sopravvivere con un pugno di yen s’è messo a fare il detective alle dipendenze di un investigatore privato; inoltre gioca d’azzardo e fatica a crescere, conservando ostinati caratteri d’immaturità e d’inaffidabilità.

Dilemma: scrittore costretto a fare il detective o detective con aspirazione da scrittore? Forse né l’uno né l’altro, piuttosto un personaggio in cerca d’autore, d’identità e di dignità. La moglie lo ha mollato in tempo, per salvare se stessa e salvaguardare il figlio che affida a Ryota solo una volta al mese aspettando invano, tra l’altro, quegli alimenti che il tapino continua a promettere sapendo di non potervi provvedere.

Tutti insieme, involontariamente

Insomma un disastro. E annaspa, il giovanotto, in cerca di un improbabile riscatto. Una mano, però, riesce a dargliela sua madre, complice un tifone incombente e da quelle parti abbastanza familiare: alla fine di una giornata, quasi per caso, Ryota, Kyoko e il piccolo Shingo si ritrovano nell’appartamento di Yoshiko che, vento furibondo e pioggia battente alle porte, li convince a dormire là, tutti insieme per la prima volta dopo mesi. Raccolti in una manciata di metri quadri.

Molto di nuovo sotto il sole

E non saranno i fatti ma le parole attente e virtuose, calate dalla donna con delicatezza e apparente accidentalità su figlio, nuora e nipote, a rimettere in ordine i loro pensieri confusi. Non tanto salvando – almeno per ora - il loro matrimonio quanto guidandoli a vivere il presente, senza guardare al passato o fantasticare sul futuro. Lezione buona soprattutto per l’acerbo Ryota, che in capo a quella nottata impara a conoscere il figlio e a capire i disagi della moglie. E il giorno dopo, sotto il sole, ciascuno avrà modo di riflettere andando per la propria strada.

Delicatezza e geometrie

La leggerezza di Kore-eda e il suo dominio dell’attimo (non fuggente). Dopo quel piccolo capolavoro intitolato Father and Son (2013) che lo ha definitivamente consacrato in ottica internazionale, il 55enne cineasta di Tokyo ritorna con delicatezza disarmante e precisione da entomologo nel cuore della famiglia e dei suoi rapporti più intimi. In un intreccio, stavolta, che allarga, diciamo così, lo spettro dei collegamenti, delle relazioni e delle attinenze fra i personaggi, in uno schema apparentemente libero ma in verità geometrico e rigoroso entro il quale si muovono, mescolando emozioni, i quattro personaggi dominanti: tra i quali Ryota assume il ruolo duplice di padre e di figlio al centro di una linea generazionale con ai due capi, appunto, il figlioletto Shingo e la madre Yoshiko.

Nella città deserta, col tifone meteo-allegorico incalzante prima di esprimersi in tutta la sua energia, il racconto prende forma a poco a poco e semina gli elementi destinati a raccogliersi, insieme, durante la nottata delle verità e delle rivelazioni, sferzati dalla pioggia lustrale. Colpisce il contrasto tra la violenza dell’uragano e la gentilezza del tocco di regìa, quasi che Kore-eda voglia sottolineare in quella convivenza (solo) teoricamente irragionevole la possibilità di aggregare posizioni, caratteri e situazioni fra loro inizialmente incompatibili.

Una traccia autobiografica

Realismo minuto, quasi di cronaca, sul bizzarro confine tra minimalismo e naturalismo. C’è della verità nel film, cosa che probabilmente deriva dalla traccia autobiografica incisa dal regista nella vicenda e da lui stesso dichiarata: nel riferimento ai mutamenti avvenuti nella sua vita dopo la morte dei genitori e nel medesimo quartiere di Asahigaoka dov’è ambientata la storia e dov’egli è vissuto dai 9 ai 28 anni.

Tenerezza e nostalgia, allora, da spandere nel vento giapponese: senza tuttavia sottrarre al racconto la necessaria disciplina e la giusta distanza; e, soprattutto, senza che i toni malinconicamente elegiaci prendano il sopravvento su quella vaporosa mitezza diventata per Kore-eda, discendente (in)diretto di Ozu Yasujiro (ah, i treni che sfilano sulla sopraelevata di Tokyo),  un segno stilistico imprescindibile.

Tucker Film distribuzione, Ufficio stampa studio Punto e Virgola Olivia Alighiero e Flavia Schiavi, Ufficio stampa Tucker Film Gianmatteo Pellizzari
Ryota (Abe Hiroshi) con figlioletto Shingo (Yoshizawa Taiyo) che vede una volta al mese e che solo alla fine del film imparerà davvero a conoscere
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