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Riccardo Ghilardi
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Cinema

Giuseppe Saccà, il cacciatore di talenti

Tra i produttori indipendenti più lanciati e quotati del cinema italiano, con la Pepito (dal suo nome) ha già scoperto e lanciato i fratelli D'Innocenzo. Ora punta su una star di Instagram e, dopo il successo di Favolacce, scommette su una favola

Sarà perché arrivano dagli Stati Uniti, ma certi aneddoti sono degni dell'industria dei sogni. C'è lo scrittore Stephen King che risponde in prima persona alle mail, concedendo i diritti di un suo racconto a costo zero al regista esordiente che promette di non farne scopo di lucro. C'è il regista Steven Spielberg che, sebbene attraverso una rete tentacolare di assistenti, valuta qualsiasi proposta gli venga fatta arrivare. E poi c'è il caso di scuola dei libri di marketing, la storia vera dell'azienda famosa che non riesce a vendere più dentifricio, finché l'addetta alle pulizie non suggerisce ai tiratardi in sala riunioni di allargare il foro del tubetto così a ogni spremitura ne esce un poco di più. Subdolo, geniale.

Il lampo di un'intuizione, la luminescenza del talento, può brillare ovunque. Da chiunque, anche se tiene una scopa in mano o ha curriculum zero. «Il talento bussa alle porte e dalle finestre meno ovvie, più inaspettate. Perciò devono rimanere perennemente aperte», ragiona per metafore Giuseppe Saccà, 38 anni, voce agli antipodi di un costume italiano ossequioso alla legge della distanza, del distacco, dell'inaccessibilità.

Fedele a questa sua naturale predisposizione, che poi è il riflesso di un altro talento, quello della curiosità, ne ha dimostrato l'efficacia: ha divorato un copione che due sconosciuti avevano affidato al padre un giorno a teatro. «Non lo abbiamo buttato, né messo in fondo alla pila. Lo abbiamo letto e visto che dentro c'era un film bellissimo, La terra dell'abbastanza».

Così, con uno snodo degno di Hollywood, è nata la favola dei fratelli d'Innocenzo, tra le promesse migliori del nostro cinema, capaci di bissare il successo con un incantevole dispregiativo, Favolacce, apprezzato oltremodo dal pubblico e trionfatore al festival di Berlino. Dietro quel traguardo c'è sempre la mano di Giuseppe Saccà della Pepito produzioni, nome dal significato duplice: «Andiamo a cercare le perle nascoste, le pepite d'oro del cinema. E poi è un gioco, ricorda il mio nome in spagnolo». Come dire, a ribadire: guai a prendersi troppo sul serio.

Giuseppe Saccà, professione produttore indipendente. Cosa significa?

Che ci si può prendere dei rischi, pur non lanciandosi completamente nel vuoto. Fare cinema senza basarsi su ciò che predicono gli algoritmi, sulle formule sicure, dando retta alla propria sensibilità. Attenzione: non sto criticando quell'approccio e dicendo che questo sia migliore. Piuttosto, servono entrambi. E poi un film è un'opera complessa. Corale. Noi, per esempio, abbiamo un rapporto molto proficuo con Rai Cinema, che è un partner industriale, finanziario, editoriale.

E quando dice noi include suo padre, che della Rai è stato un importante dirigente. È vero che lo chiama sempre e solo Agostino?

Sì, perché così è più semplice litigarci. Credo che chiamarsi per nome chiarisca subito i ruoli, il fatto che lavoriamo insieme a un'azienda fondata assieme dieci anni fa. Un'avventura iniziata fondendo le esperienze di entrambi.

Sarà un'impressione, ma sembra che lei abbia fatto di tutto per non apparire come il solito figlio d'arte.

Da attore, ho cambiato il mio cognome. E quando Agostino è passato alla direzione di Rai Fiction, ho smesso di accettare progetti che venivano da quella struttura, tagliandomi di fatto il 50 per cento del mercato. Volevo che il percorso fosse mio e solo mio, frutto delle mie capacità. O dei miei demeriti.

Meriti piuttosto, stando alla cronaca. Come Giuseppe Soleri ha raggiunto un buon successo, interpretando personaggi che sono entrati nel cuore della gente. Perché ha deciso di smettere?

Se devo essere sincero, non credo di avere mai avuto fino in fondo il carattere dell'attore. È un mestiere difficile, legato al gusto degli altri. Ti serve una corazza per digerire no tremendi che non dipendono da come sei in assoluto, ma da cosa sta cercando in un determinato momento chi fa il provino. Ci sta, è giusto. Non era per me. E poi ho capito, più dalla sola recitazione, di essere affascinato da tutta la macchina che c'è dietro. Fare l'attore significa guardare le cose da un punto di vista parziale.

Avrebbe potuto tentare la carriera del regista.

Il regista deve trovare un produttore che condivida il suo punto di vista sul mondo e faccia il tifo per lui, lo aiuti a raccontarlo. Il produttore può giocare su più tavoli allo stesso momento, avere prospettive tra loro contrastanti. È decisamente più sfidante e divertente.

Anche perché non tutti i talenti si materializzano per caso. Dove va a cercarli? Molti suoi colleghi chiamano chi fa milioni di visualizzazioni su internet.

È una via comoda, che raramente funziona. Ma è pericoloso generalizzare, non si può privilegiare o discriminare un talento solo se ha fatto un certo percorso oppure no.

La famosa gavetta.

Chiunque abbia lavorato con Checco Zalone sa che è un professionista meticoloso, ossessionato dai dettagli. Invece, ci sono webstar che strizzano tutte le loro capacità nei 15 secondi di un TikTok. Io sono stato fortunato ad avere trovato la sintesi dei due opposti.

Prendiamo nota.

Sto lavorando all'opera prima di un giovanissimo regista, Andrea Danese, una Instagram star (@genny_ferlopez). Mi è piaciuta tantissimo una sua parodia del presidente Giuseppe Conte, lo faceva parlare con la voce di Joker della saga di Batman. L'ho contattato e ho scoperto che c'era molto altro, che è un ragazzo che ha fondato il suo studio a Parigi, ha collaborato con case di moda e personaggi del calibro di Catherine Deneuve, Susan Sarandon e Christina Ricci. Ritorna quello che dicevamo prima: bisogna essere curiosi, aperti, non scommettere sui facili entusiasmi, ma nemmeno avere pregiudizi.

Altri tre nomi che metterebbe subito sotto contratto, senza un minuto d'esitazione. E perché.

Edoardo Ferrario, il miglior interprete della generazione perduta dei trentenni d'oggi. La sua commedia è una radiografia esilarante di nevrosi, sogni, malesseri e tic esistenziali. E poi Emanuela Fanelli. La definiscono attrice, monologhista e stand-up comedian, ma c'è una parola che racchiude tutti questi termini: autrice. La sua è una voce fuori dal coro: irriverente, esilarante, saggia, provocatoria.

Manca il terzo.

Adele Tulli. Ha una visione nuova, scomoda e coraggiosa che riflette sul quotidiano senza dare risposte, ma suscitando quesiti destabilizzanti.

A proposito di quesiti destabilizzanti, giusto per toccarla piano: il coronavirus ha inferto un colpo mortale al cinema?

Il rito di sedersi al buio, godersi uno spettacolo con altre persone che conosci e non conosci resta un'esperienza meravigliosa. E poi c'è tutto il discorso economico da considerare, la finestra di sfruttamento di un titolo.

Però voi per primi, con Favolacce, avete battuto strade di distribuzione alternative.

La situazione era straordinaria ed è evidente che, grazie allo streaming, il film sia arrivato a persone che probabilmente non l'avrebbero mai visto. La catena della distribuzione è un modello da riconsiderare, non da demolire.

Nel frattempo, come si aiuta un'industria che è chiaramente in sofferenza?

Un fondo di garanzia misto partecipato da tutta la filiera, non solo dal Mibact. L'ho proposto in prima persona. In Francia l'hanno fatto, da noi no. Non è solo esprimere un senso d'appartenenza, ma lasciare qualcosa sul tavolo a chi è in difficoltà in un momento tanto delicato.

Ma così non si ricade nel solito vecchio assistenzialismo all'italiana?

No, perché dentro ci sarebbero produttori, distributori, broadcaster, piattaforme. Tutti interessati alla tenuta del sistema, perché ognuno vive dei contenuti che la filiera genera.

Voi a cosa state lavorando?

I progetti sono tanti. Dopo Favolacce, abbiamo in cantiere una favola. Non posso dire molto, siamo alle battute iniziali. È un racconto di formazione, sospeso in quello strano momento in cui bisogna abbandonare i propri sogni, il proprio mondo fantastico e invisibile, però non se ne ha troppa voglia.

Sarà un altro successo inaspettato?

Non ne ho idea. So solo che noi ci metteremo dentro tutta l'onestà di cui siamo capaci.

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