L'altra Heimat
© Christian Lüdeke
L'altra Heimat
Cinema

L'altra Heimat al cinema, 5 cose da sapere

La "Cronaca di un sogno" di Edgar Reitz, quarto tassello della sua monumentale saga, arriva nelle sale il 31 marzo e il 1° aprile

Alle origini della trilogia Heimat

Edgar Reitz C. A. Hellhake Dietramszell

Dopo la presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia 2013, arriva nelle sale italiane in un'uscita evento, il 31 marzo e il 1° aprile distribuito da Ripley's Film, Viggo e Nexo Digital, L'altra Heimat – Cronaca di un sogno, l'ultimo lavoro del regista tedesco Edgar Reitz autore di un vero e proprio fenomeno di culto che ha percorso il Novecento (qui l'elenco delle sale). L'altra Heimat è infatti l'antefatto della trilogia Heimat, saga monumentale che ha conquistato l'Italia.

Era il 1984 quando proprio a Venezia debuttava il primo capitolo Heimat, della durata di 940 minuti, portato al cinema in quattro parti e trasmesso in tv in 11 episodi. Il film mette in scena la vita quotidiana della famiglia Simon e degli abitanti di Schabbach, villaggio immaginario dell'Hunsrück, regione d'origine del regista, a partire dal 1919. Maria Simon, abbandonata da suo marito nel 1929, attraversa con i suoi figli Hernst e Hermann l'ascesa del nazismo, la seconda guerra mondiale fino alla sua morte, nel 1982.
Heimat 2 – Cronaca di una giovinezza della durata ciclopica di 1530 minuti, segue Hermann Simon, figlio di Maria, dal 1960 al 1970, attraverso i suoi studi da musicista, a Monaco fino al suo ritorno a Schabbach. Descrive le illusioni degli anni '60-'70 e la minaccia del terrorismo.
Heimat 3 – Cronaca di una svolta epocale (durata 658 minuti), va dal 1989, anno della caduta del muro di Berlino, al 2000. Hermann Simon e Clarissa tornano a vivere nell'Hunsrück, sognando una nuova Germania.

L'altra Heimat, la trama

L'altra Heimat – Cronaca di un sogno dura 230 minuti. Ci porta tra il 1842 e il 1844, in un'epoca in cui la Germania non era, come oggi, solo un paese di immigrazione, ma era un luogo da cui partire; la sua gente era costretta a un addio verso nuove case.
Reitz ci racconta la storia della famiglia Simon. Johann (interpretato da Rüdiger Kriese), il padre, fabbro. Margret (Marita Breuer), la madre. Lena (Mélanie Fouché), la figlia maggiore, Gustav (Maximilian Scheidt) e Jakob (Jan Dieter Schneider), i figli. Jettchen (Antonia Bill) e Florinchen (Philine Lembeck) le loro future mogli. Gli scherzi del destino rischiano di distruggere questa famiglia, ma questa è una storia di coraggio e di fiducia nel futuro. Decine di migliaia di tedeschi, schiacciati da carestie, povertà e dall'autoritarismo dei governi, emigrano in America del Sud. "Una sorte migliore della morte si può trovare ovunque".
Jakob Simon, il figlio più piccolo, legge tutti i libri che riesce a procurarsi, studia le lingue degli indiani dell'Amazzonia. Sogna un mondo migliore, pieno di avventure, di cambiamento e di libertà. Decide di emigrare. Il ritorno di suo fratello Gustav dal servizio militare prestato nell'esercito prussiano scatena una serie di eventi che mettono a dura prova l’amore di Jakob e sconvolgono la sua esistenza.

Una dedica a chi insegue i propri sogni

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"È stato spesso detto che le cause dell'emigrazione sono la fame e la miseria sociale. Ma oggi sappiamo che questo è vero solo in parte", spiega il regista Edgar Reitz. "È vero che intorno al 1840 vi sono stati raccolti catastrofici, che la fame, la mancanza di libertà, le imposte insostenibili e i privilegi esagerati dei signori locali gravavano sulla gente, ma in quegli anni nasce un'idea completamente nuova che si insinua nelle menti e le incita all'azione: l'idea che chiunque ha diritto alla propria felicità. Per secoli era stato necessario accontentarsi della sorte che il destino aveva riservato ad ognuno. Non si conosceva altro. La Chiesa e l'autorità avevano costantemente inculcato l'umiltà e la sottomissione, finché l'annuncio della rivoluzione francese non raggiunse il Paese, presto seguita dalle truppe di Napoleone che eliminarono le vecchie strutture del potere e governarono per anni l’Hunsrück, il Palatinato e la Renania secondo le regole illuministe dello stato francese".

L'altra Heimat parla di sentimenti e di fatti. Parla "della capacità dell'uomo nell'indirizzare la propria vita in funzione delle proprie utopie, nell'immaginare un mondo interiore, nel liberarsi dalle costrizioni sociali apparentemente imposte dal destino, ecco cos’è ai nostri occhi uno degli slanci più produttivi. Dedichiamo questo film a tutti coloro che inseguono i propri sogni".

Il villaggio di Gehlweiler è diventato Schabbach dell'Ottocento

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Il progetto preliminare de L'altra Heimat nacque nel 2007, una volta conclusa la trilogia. Nel febbraio 2011 Reitz ultimò la sceneggiatura. A fine luglio fece il primo sopralluogo nell'Hunsrück, tornandosene però a Monaco con una grande delusione. "Non avevamo trovato neanche uno scenario capace di darci la sensazione che grazie alle correzioni e ai complementi abituali sarebbe stato possibile ottenere un'immagine credibile dell'epoca in questione", racconta. "Lì c'erano sì delle case a graticcio, chiese o muri di castello del XVIII e XIX secolo in buono stato, ma ogni volta mancava il contorno".
Per questo decise di costruire lo scenario del villaggio di Schabbach nel villaggio di Gehlweiler e quindi di trasformare tutto il paese in scenario cinematografico. Lo scenografo Toni Gerg incoraggiò anche a costruire tutti gli interni presenti nella scenografia sfruttando la conoscenza intima delle tradizioni paesane e la maestria artigianale per ricreare tutti i dettagli, come solo la gente d'altri tempi avrebbe potuto fare.
"Tutti gli abitanti del comune di Gehlweiler hanno dovuto rinunciare per sei mesi a transitare nella strada principale e per le strade abituali", spiega ancora Reitz. "Per le nostre ricostruzioni ci siamo basati sul catasto, eredità del passato di Gehlweiler, ricoprendo le case esistenti con i nostri elementi antichi: facciate, porte, finestre e tetti. Così questi edifici moderni sono diventati storti, incastrati l'uno sull'altro in quella maniera inspiegabile che appartiene al modo di occupare il suolo risalente a un passato inesplorato".

Bianco e nero con qualche impressione di colore

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La saga è stata girata in parte in bianco e nero e in parte a colori. Heimat prende il nome dalla parola tedesca che indica la casa o il luogo natio.
Anche L'altra Heimat prosegue la strada del bianco e nero, screziato talvolta di colore.
"La decisione di girare in bianco e nero è derivata in parte dal fatto che le cineprese di oggi hanno una precisione e una nitidezza straordinarie e consentono di ottenere uno spazio che dà all'immagine in bianco e nero un effetto tridimensionale, senza imporci la necessità, per ottenere questo effetto, di utilizzare la discutibile tecnica del 3D", afferma Edgar Reitz. "In alcuni rari punti, nelle nostre immagini in bianco e nero c'è qualche impressione di colore, resa possibile dalla tecnica digitale di oggi. Sono 40 anni che lavoro su delle prove per mischiare colore e bianco e nero. Con Gernot Roll (il direttore della fotografia, ndr) ho continuato queste prove nella speranza di ovviare alle divisioni imposte dall'industria. Quello che ci interessava era di continuare la grande storia della cinematografia in bianco e nero, che ammiriamo tanto nei film espressionisti quanto in quelli dei maestri russi, italiani e americani, senza doverci privare completamente delle risorse del colore".

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