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Cinema

"Almeno credo": il docufilm che mette a confronto giovani di religioni diverse

L'opera di Gualtiero Peirce, che fa dialogare tra loro ragazzi di varie fedi, viene premiato il 25 maggio all'Auditorium Rai

Come è visto Dio agli occhi di ragazzi cristiani, ebrei e musulmani? Come vivono la fede i giovanissimi delle tre grandi religioni monoteiste? Ma è proprio vero che, pur credendo nell'unico Dio, cristiani, ebrei e musulmani sono destinati a vivere sempre gli uni contro gli altri armati senza speranza di dialogo e di rapporti fraterni?

Il docufilm di Gualtiero Peirce
Risponde a queste domande l'opera di Gualtiero Peirce (critico musicale, autore teatrale e firma degli spettacoli di Massimo Ranieri col quale ha scritto “Sogno e son desto...”, che il cantante porta con successo in tournèe da mesi) che fotografa nel docufilm “Almeno credo”, le testimonianze raccolte tra studenti cristiani, ebrei e musulmani di tre scuole romane. Il girato di Peirce è stato apprezzato anche da papa Francesco, che recentemente ne ha benedetto la proiezione in Vaticano, prima della trasmissione su su Tv2000, l'emittente della Conferenza Episcopale Italiana.

Segni di attenzione da parte della più alte gerarchie cattoliche, alle quali ora si affianca la consacrazione anche dal fronte laico-culturale con l'assegnazione ad “Almeno credo” del Premio Speciale “Elsa Morante” Ragazzi, che sarà assegnato a Gualtiero Peirce il 25 maggio nell'Audiutorium della Rai di Napoli, alla presenza di delegazioni di studenti di tutte le scuole del capoluogo campano.

Le testimonianze dei giovani
“Io mi rivolgo a Dio sempre, specialmente nei momenti più difficili, come possono essere le interrogazioni ed i compiti in classe. E sento che Lui mi aiuta”, risponde sicuro Mohamed, in perfetto dialetto trasteverino, figlio di genitori musulmani trapiantati a Roma, senza tradire nessuna forma di “fastidio” verso i fedeli di altre religioni.

Risposta altrettanto sicura dalla giovane liceale Sofia, cattolica, anch'essa studentessa perfettamente inserita in una scuola romana che ospita tantissimi giovani provenienti da varie nazionalità e da nuclei familiari “diversamente” credenti: “Anche io ho un costante contatto con Dio, sia nei momenti belli che nelle difficoltà. E Dio è sempre disposto a darti una mano come un padre. E per questo Dio per me è come un super eroe, un po' come papà”.

Per un altro giovanissimo credente, Alessio, appartenente ad una delle famiglie della Comunità ebraica romana, la più antica d'Europa, antecedente all'avvento dei primi cristiani, Dio – come del resto confermano anche i suoi amici cristiani e musulmani – è il porto sicuro per tutti quelli che si rivolgono a Lui, ma è anche anche “come una porta che si apre e ti indica la via che ti conduce verso una nuova vita”.

Piccolo-grande significativo test su come Dio viene visto, vissuto e seguito da giovanissimi cristiani, ebrei e musulmani. E le risposte non possono che sorprendere, appassionare e prendere in contropiede quanti vedono nelle religioni elementi di divisioni, scontri, rotture, prese di distanza.

Il Dio di cristiani, ebrei e musulmani
Il riconoscimento per l'opera di Peirce ha il merito di aver dato la voce solamente a un gruppo di ragazzi su uno dei temi che da anni sta scuotendo le coscienze di credenti, non credenti, diversamente credenti, il dialogo tra fedeli di religioni differenti. Ma con una originalità che fa di “Almeno credo” un docufilm difficilmente imitabile perchè l'autore è andato ad intervistare gli stessi ragazzi che una decina di anni fa ascoltò quando, tutti bambini al loro primo giorno di scuola, parlarono per la prima volta davanti ad una telecamera del loro rapporto con la fede nel precedente docufilm “Primo Giorno di Dio” sulla base dell’insegnamento della religione in scuole cattoliche, ebraiche e musulmane di Roma.

Ma dieci anni dopo, che cosa sarebbero stati quei bambini davanti alle telecamere? Avrebbero risposto alle domande su Dio e la fede con la stessa naturalezza di prima? Domande e dubbi legittimi subito smantellati dagli stessi ex bambini, ragazzi e ragazze che, oltre a ribadire la loro fede nell'unico Dio adorato da cristiani, ebrei e musulmani, non hanno avuto timore ad esprimere attese, certezze, paure, desideri, delusioni, dubbi, sogni. Ma con un unico comune denominatore: la ferma convinzione che la fede, anche espressa attraverso una tradizione religiosa differente, non porta allo scontro. È invece sinonimo di dialogo, conoscenza, voglia di capirsi, conoscersi e stare insieme. Senza nascondere, reciprocamente, le ansie dell’adolescenza e gli enormi problemi che oggi si presentano davanti ai loro occhi.

I perché sul velo islamico e la kippah ebraica
Ecco, quindi, che in “Almeno credo”, ci sono testimonianze di ragazze musulmane addolorate per non poter spiegare il senso del velo che indossano e invece sono costrette a sentire per strada le litanie degli ignoranti, e a diventare bersagli di violenti e oggetto di scherno. Ma non solo. Nel docufilm non mancano denunzie di ragazzi ebrei che sentono il loro “legame” con Israele, ma  lamentano di essere oggetto di  “arretratezze aberranti” che ancora li costringono a non girare con la kippah (il tradizionale copricapo ebraico) per le strade di Roma; e ci sono le paure sull’immigrazione che “fanno vacillare il grande valore cristiano dell’accoglienza”, come lamentano i ragazzi cattolici.

Sono tante le storie presenti nel docufilm, racconti personali, confessioni, speranze come, ad esempio, quelle delle sorelle Tasnim e Mariam, figlie dell'imam della Magliana, che vorrebbero tanto spiegare, non solo ai loro coetanei, ma alla gente comune perchè amano indossare con naturalezza e spontaneità il loro copricapo. Senza però riuscirci pienamente. Come pure Alessio e Moris che, parlando sullo sfondo del Tempio Maggiore ebraico di Roma, confessano il loro “ancestrale legame con Israele”, dicendosi però “sicuri che la religione islamica vieta di uccidere inutilmente”. Non meno significative le testimonianze di Safa, musulmano, e di David, ebreo, entrambi allievi del liceo aereonautico – dieci anni fa studiavano rispettivamente nella moschea e nella scuola ebraica – dove coltivano insieme “il sogno di imparare a volare insieme”.

Storie e sogni diversi, ma accomunati dal desiderio di tutti i giovani intervistati di continuare a guardare al presente e al futuro “ con un sorriso” e “con la forza di chi crede in Dio, certo, ma comunque nella vita: nella propria e in quella degli altri, senza nessuna differenza”. “Quando abbiamo cominciato non avevamo un titolo – confessa Peirce -. In questi tempi così antagonisti, così nichilisti, così apocalittici, il titolo del film è arrivato dalla energia preziosa di questi ragazzi, e dalla spontanea confessione che ciascuno di loro ci ha consegnato, ammettendo senza ipocrisie: 'Almeno Credo'”.


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