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(Netflix)
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Televisione

Fedeltà, la serie Tv che non convince

Al via oggi l'ultima produzione di Netflix che però ha dentro di se tutti difetti delle produzioni italiane molto lontane dai maestri Usa

Fedeltà, come il romanzo che nel 2019 ha vinto l’edizione Giovani del Premio Strega, è un'altra occasione persa o forse che nel mondo delle serie tv l'oceano che si separa dagli Usa è ancora molto ma molto lontano. La serie, l’ultima italiana che Netflix abbia voluto produrre, è la storia di Carlo e Margherita, così come Marco Missiroli l’ha scritta per Einaudi. Andrea Molaioli e Stefano Cipiani, registi dei sei episodi disponibili online dal lunedì di San Valentino, ci hanno tenuto a fare quanto possibile per restare fedeli al libro. Perciò, Margherita, il volto di Ludovica Guidone, è rimasta Margherita, la donna che ha rinunciato ai suoi sogni di architetto per la stabilità economica di un’agenzia immobiliare. Carlo, Michele Riondino, si è ritrovato nel Carlo di carta, nel professore schiavo delle influenze paterne. E l’amore fra i due è rimasto quello che Missiroli ha raccontato indagando i confini di una coppia solida, nella quale è sufficiente la paura del tradimento per insinuare dubbi e alimentare ossessioni. A cambiare, nel processo di adattamento, è stato il linguaggio con il quale la suddetta storia è stata raccontata. «Esigenze di copione», hanno spiegato gli sceneggiatori, giustificando nel corso di una conferenza stampa virtuale le proprie scelte. «Quando ci siamo trovati ad adattare il romanzo, ci siamo scontrati con la necessità di cambiare linguaggio. Fedeltà, così come Missiroli lo ha scritto, è profondamente narrativo. E questa parte narrativa noi abbiamo dovuto tramutarla in parte drammaturgica, traducendo in immagini i sentimenti impalpabili del libro», hanno spiegato, promettendo uno show che abbia «La sua personalità, il suo colore, il suo passo, il suo ritmo, il suo stile» e l’ambizione di parlare a «Chiunque, in ogni fase della vita». Un’ambizione, questa, che nella serie non ha trovato, però, alcun contrappunto.

Fedeltà, da proclami di Netflix Italia, avrebbe dovuto elevare ad universale una storia particolare. Ilaria Castiglioni, responsabile delle produzioni originali, lo ha ribadito ogni volta che ha potuto. «Zerocalcare, Ficarra e Picone, Fedeltà paiono progetti diversi, serie lontane. Invece, hanno un denominatore comune, che sta nel legame intrinseco fra la storia e il quartiere nel quale si svolge, la città. Netflix Italia sta cercando di portare alla luce racconti universali, che possano diventare particolarmente significativi quando calati all’interno di un contesto iper-specifico. Solo così è possibile raggiungere un obiettivo duplice: generare, da un lato, la curiosità per ciò che è nuovo e giocare, dall’altro, sull’empatia che il riconoscimento genera», ha detto. Ma, negli episodi che ci è stato dato vedere in anteprima, non si è trovato nulla che potesse far pensare ad un respiro universale. Anzi.

La sensazione, come spesso accade con le produzioni italiane, quelle create per parlare ad un pubblico quanto più ampio possibile, è stata di straniamento. Dialoghi macchiettistici, sguardi languidi, gesti affettati. La promessa di una serie universale è sfumata nell’immagine di uno sceneggiato Rai, dove «sceneggiato Rai» non vuole essere un giudizio di merito, ma la constatazione di come il sogno di una produzione stile americano sia ancora lontano. Fedeltà, come Baby, non è la storia che chiunque potrebbe vivere. È, piuttosto, il racconto – provinciale e, a tratti, stereotipato – di una coppia precisa, che solo il contesto (una Milano fotografata e descritta così come si fa con New York, senza bisogno di didascalie) riesce a rendere frizzante.

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