Dardust
Dardust, foto Emilio Tini
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Musica

Dardust: «La visione è più importante del numero degli streaming»

Abbiamo intervistato il pianista, autore e produttore che, grazie alle sue collaborazioni con Jovanotti, Mahmood, Elodie, TheGiornalisti, Fabri Fibra e Marco Mengoni, ha vinto 50 dischi di platino. Il suo prossimo album di piano solo sarà registrato in Giappone

Con 50 dischi di platino in bacheca, Dario Faini, in arte Dardust, è uno degli autori e produttori più importanti nel panorama musicale italiano. C'è il suo tocco dietro a brani di grande successo come Soldi di Mahmood, Nuova Era di Jovanotti, Riccione dei Thegiornalisti, Pamplona di Fabri Fibra, Andromeda di Elodie, Eden di Rancore, Rivoluzione di Marco Mengoni, Luca lo stesso di Luca Carboni e Se piovesse il tuo nome di Elisa, solo per citarne alcuni. Con 35 milioni di riproduzioni, Dardust è anche uno tra i pianisti più ascoltati oggi in ambito internazionale. Il suo ultimo album S.A.D. Storm and Drugs, pubblicato a gennaio 2020 da Sony Masterworks e Artist First, è il capitolo conclusivo di una trilogia che attraversa l'asse geografico/musicale Berlino-Reykjavík-Edimburgo, coniugando il pianismo minimalista all'immaginario elettronico di matrice Nord Europea. Due mondi musicali apparentemente lontani, quello del mainstream e quello del piano solo, che l'artista nato ad Ascoli (ma ora residente a Milano) unisce grazie alla sua cultura del suono e al suo gusto per la sperimentazione.

Dardust, hai studiato al prestigioso Istituto Musicale "Gaspare Spontini", come Giovanni Allevi e Saturnino. Ascoli ha dato i natali anche a Mimì Clementi dei Massimo Volume e alla band La Rua. É possibile parlare di una scuola ascolana? In che modo la tua città natale ha influenzato la tua musica?

«Non credo si possa parlare di una vera e propria scuola ascolana, si tratta di episodi molto frammentari, però c'è questo senso comune, tipico della provincia, che quella del musicista non era una carriera solida, ma quasi un hobby. Per questo ho sempre studiato e mi sono laureato in psicologia per avere un piano B. Anche quando ho avuto i miei primi successi, la gente non mi faceva i complimenti, ma mi chiedeva: 'Ti sei laureato?'. I miei genitori, invece, mi hanno sempre incoraggiato. Mio padre, quando ero piccolo, mi portava al Flaminio di Roma a vedere i concerti, ha sempre alimentato il mio immaginario musicale, faceva lunghi viaggi in macchina e mi aspettava fuori per ore prima di riportarmi a casa»

La laurea in psicologia ti aiutato di più a capire i gusti del pubblico o a interfacciarti con l'ego ipertrofico degli artisti?

«Forse, più che i gusti del pubblico, i miei studi mi hanno aiutato a capire l'architettura della canzone, che rispecchia un aspetto cognitivo, e l'emotività del pezzo, ovvero ciò che ti arriva di una canzone. Avendo studiato psicologia dell'ascolto musicale, ho imparato a gestire la dinamica dell'aspettativa, ciò che ti aspetti in base alle tensioni del pezzo. I miei brani non sono mai lineari, ma ci sono sempre dei colpi di scena che creano dei contrasti inaspettati, pur cercando sempre un'estetica alta. Per quanto riguarda gli artisti, quando lavoro in studio divento per loro un compagno di viaggio, c'è un rapporto di fiducia tra di noi e l'ego non c'è quasi mai, quando si lavora con una visione e con un immaginario comune»

Da anni vivi a Milano, che è ormai da tempo la capitale italiana della musica. Quanto è stato importante trasferirti là per fare il definitivo salto di qualità?

«É stato molto importante. Prima di Milano ho vissuto nove anni a Roma, una città che mi ha aiutato a formarmi e fare gavetta, ma, essendo una persona metodica, ho fatto una grossa fatica a gestire le mie energie in una città così grande e dispersiva, invece Milano mi ha permesso di ottimizzare tutte le risorse e i tempi. Qui è tutto più focalizzato e metodico: a volte riesco a fare anche due session di registrazione con due artisti in un giorno»

Il tuo ultimo album Storm and Drugs ha chiuso una trilogia, iniziata nel 2015 con 7 e proseguita con Birth nel 2016. I tuoi lavori solisti sono dedicati rispettivamente a Berlino, Reykjavik ed Edimburgo. Hai già in mente un'altra città europea alla quale dedicare il tuo prossimo album?

«La prossima città non è europea, ma è il Giappone, dove registrerò il prossimo album: sto già scrivendo i brani, mi sto documentando sulla cultura giapponese, sulla letteratura, sul cinema e sull'animazione di Miyazaki. A livello armonico, sono un fan di Sakamoto e di Hisaishi. Non vedo l'ora di farvi ascoltare i nuovi pezzi»

La title track Storm and Drugs è un chiaro omaggio a Born Slippy degli Underworld e alla scena musicale elettronica inglese degli anni Novanta. Quanto ti ha influenzato quella scena musicale?

«Nella mia formazione ci sono stati tre elementi fondamentali: la musica classica, la canzone italiana e la musica internazionale. L'elettronica di gruppi come Underworld, Orbital, Prodigy e Chemical Brothers mi sembrava quasi una musica aliena, che ha cambiato completamente la mia visione. Mi piaceva quell'estetica del suono, anche quando usava pochi elementi. Ancora oggi, quando produco un pezzo, da un lato c'è una scrittura armonica compositiva e dall'altro una cultura del suono che viene da quel tipo di ascolti»

Tu sei compositore, arrangiatore, produttore e performer. Qual è la dimensione che preferisci e qual è il ruolo più faticoso?

«Preferisco la dimensione del performer, ma non tanto per una questione di ego: per me il live è fondamentale, liberatorio, mi porta energia e mi ricarica sempre di endorfine. Stare chiuso in studio per ore è la parte più complessa, il lockdown, poi, ha portato una ulteriore stanchezza perché non avevo più lo sfogo esterno e il contatto con gli altri. Portare in scena uno spettacolo con un taglio teatrale e allo stesso tempo moderno, che faccia vivere un'esperienza agli spettatori e a me stesso in primis, è la cosa più bella del mio lavoro, alla quale non potrei mai rinunciare»

Soldi di Mahmood è un riuscito crossover tra urban, cantautorato ed elettronica. Ti sei reso subito conto che era un brano speciale?

«Tanti elementi hanno contribuito a far uscire il pezzo, anche il personaggio Mahmood e la dinamica che si è creata al festival rispetto a lui e a ciò che rappresentava. Sapevo che era un brano forte, ma non mi aspettavo tutto quello che è successo. Allora ero quasi demotivato, scoraggiato, avevo già fatto tanti Sanremo, ma non avevo mai avuto fortuna e non era successo nulla con i brani ai quali avevo lavorato. Per me l'importante era fare bella figura, ma sapevo cheSoldi era potente e che avrebbe fatto parlare, perché è un brano senza compromessi»

Nuova Era di Jovanotti è stato uno dei brani più suonati dell'estate del 2019. Come ti sei trovato a lavorare con un artista vulcanico e ricco di idee come Lorenzo?

«Il brano era una sua idea, ma sentivo che mancava ancora qualcosa. Non avendo un vero e proprio ritornello, il mio lavoro è stato quello di costruire il drop, che fosse iconico nel suo racconto. É un recap della musica che ascolta Lorenzo, ci trovi gli Underworld e i Jacksons, la musica degli anni Zero e quella degli anni Dieci: è un luna park. Lorenzo si appassiona, diventa fan di ciò che gli piace, che è un po' il suo segreto. Se diventi fan e appassionato di ciò che ti incuriosisce, anche se è molto distante da te, allora la tua musica prende dei colori nuovi»

Il miglior brano rap dell'ultimo Festival di Sanremo è stato Eden, che hai realizzato insieme a Rancore. Si può dire che vi accomuna un elemento visionario, lui nei testi e tu nella musica?

«Sì, siamo due perfezionisti, abbiamo lavorato molti mesi, curando tutti i dettagli della canzone, quasi fino allo sfinimento. Eden è un brano che non ha una collocazione precisa: non è hip hop, non è trap, non è urban, è un brano nuovo. Cerco sempre di andare in una zona dove non è mai andato nessuno, anche se è un rischio. Magari fai meno numeri, ma per me è più importante la visione e portare l'artista un passo avanti: non voglio dipendere dai numeri dello streaming»

Hai condotto su Radio Montecarlo le Dardust Night insieme a Nick The Nightfly. Quali aspetti del tuo carattere emergono in radio che, magari, non sempre vengono fuori nella tua attività di artista e di compositore?

«Quella delle Dardust Night è stata un' esperienza importante per la ricerca dei dettagli, in particolare per la preparazione che richiede il raccontare un pezzo in radio. Ho avuto la fortuna di passare brani molto particolari e strong, che difficilmente trovano spazio in radio, inoltre mi ha fatto scoprire cose nuove e mi ha aiutato a essere sempre sul pezzo per quanto riguarda la nuova scena»

Dalla fondazione degli Elettrodust nel 2000 alla nascita del progetto di Dardust nel 2014, quanto sei cambiato musicalmente?

«La band non aveva una sua identità, imitavamo lo stile di Morgan e dei Bluvertigo. Allora era più forte l'ego della mia visione, ero quasi un poser, più che un artista vero. Ho trovato la mia anima con Dardust, al pianoforte ero pienamente me stesso: rinunciando alla voce, ho trovato la mia identità. Uno dei miei talloni d'Achille era l'aspetto letterario, mentre la mia forza era la composizione, la produzione e la cultura del suono»

Sono passati cinque anni dalla morte di David Bowie, uno dei tuoi idoli. Qual è l'ispirazione maggiore che ti ha lasciato?

«Il concetto di 'collecting'. In un'intervista del 1974, durante il periodo di Diamond Dogs, Bowie diceva 'I'm a collector'. Lui collezionava varie identità, assorbendo tutto ciò che arrivava dall'underground, che poi miscelava, creando qualcosa di nuovo. Non assecondava mai il pubblico, faceva arrabbiare i fan, che avevano bisogno ogni volta di una nuova mappa per codificarlo, se ne fregava dei numeri. Se ci pensi, le cose più rilevanti che ha fatto non sono i suoi successi commerciali, ma i brani meno noti»

É vero che, come sogni nel cassetto, ti piacerebbe collaborare con Sakamoto e con Kendrick Lamar?

«Ce la farò, prima o poi, a collaborare con Sakamoto, anche se dovessi riuscirci a 60 anni. Lui è riuscito a portare sfumature e mondi diversi, dal jazz al Sudamerica, per poi sintetizzarli anche nel pop. Ci ha regalato melodie rimaste nel tempo, con carattere e unicità: la magia è nascosta nelle sue armonie, nei suoi passaggi, nei suoi colori. Quando vedi un film e c'è la musica di Sakamoto, lo riconosci subito, esattamente come Morricone. Anche Lamar sintetizza una cultura più alta, come il jazz, portandola nel beat. L'ho visto dal vivo a Manchester, mi ha colpito perché performa con una visione, un racconto, un concept, accompagnato da musicisti pazzeschi. Non è un caso che abbia vinto il Pulitzer: è un artista che ha qualcosa da dire e che va al fondo delle cose»

Hai lavorato con artisti diversissimi, da Fiorella Mannoia a Sfera Ebbasta. Come fai a trovare l'abito sonoro più adatto a ciascuno di loro?

«All'inizio di carriera lavoravo principalmente come autore, ma non intervenivo nella produzione. Quando ho lavorato con Thegiornalisti, Mahmood ed Elodie, ho potuto finalmente dare il mio suono, ascoltando quello che aveva da dire l'artista nel pezzo. Rispetto il suo background, ma cerco di portarlo in una dimensione nuova, dove ci sono anch'io. Il nuovo si crea grazie all'unione, non bisogna mai rimanere fermi nella zona di comfort. Mi piace lavorare con artisti che osano e che si mettono in gioco: chi lavora con me sa che voglio osare»

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