Evasione: ecco dove nascondono i soldi 50 multinazionali

Google ha accettato di pagare 300 milioni di euro al Fisco. Non è la sola a custodire montagne di denaro nei paradisi fiscali

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Il logo di Google all'Italians Festival che si è tenuto il 6 novembre 2015 al Teatro Franco Parenti – Credits: Pier Marco Tacca / Gettyimages

Massimo Morici

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Che le multinazionali adottino stratagemmi per dribblare il Fisco e dirottare fiumi di denaro verso i paradisi fiscali è cosa nota.

È notizia recente, ad esempio, l’accordo tra Google e l’Agenzia delle entrate: il motore di ricerca più utilizzato al mondo verserà al Fisco italiano 306 milioni di euro di tasse non versate a seguito delle indagini della Procura di Milano, che ha chiuso mesi fa un’inchiesta per presunta evasione fiscale a carico di alcuni manager del gruppo californiano.

Google e le altre
Ma appunto Google non è una mosca bianca. Luxleaks ha mostrato  tre anni fa come le multinazionali (italiane comprese) utilizzino i paradisi fiscali per trasferirvi i profitti realizzati in altri paesi dove la pressione fiscale sulle imprese è più alta, come in Italia, e pagare così meno tasse.

Succede anche negli USA: una recente indagine di Oxfam America, sezione nordamericana della confederazione internazionale di organizzazioni non profit che si dedicano alla riduzione della povertà globale, ad aprile ha acceso i riflettori sull’enorme montagna di soldi sottratta al Fisco USA, circa 135 miliardi di dollari in tasse ogni anno.

Colpa della "cattiva" abitudine dell'elusione fiscale messa in pratica da 50 multinazionali a stelle e strisce.

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Il peso delle lobby
L’amministrazione Trump vorrebbe rimpatriare gran parte di questo denaro, abbattendo le tasse sulle imprese dal 35 al 15% e introducendo uno scudo con un’unica aliquota del 10% sui capitali di ritorno.

Nonostante le intenzioni però, la riforma fiscale di The Donald, spiega Oxfam nel rapporto, avvantaggerà ricchi e multinazionali piuttosto che le fasce più deboli della società americana.

Le grandi compagnie, infatti, negli ultimi hanno parcheggiato sempre più soldi all'estero e contemporaneamente aumentato la spesa nell’attività di lobbying politica per ridurre la tassazione all’interno del paese e ottenere così in futuro sgravi fiscali, una volta rimpatriati i soldi in America.

La spesa per influenzare la politica

Dal 2009 al 2015 le multinazionali americane avrebbero speso 2,5 miliardi di dollari per esercitare pressioni sui politici: di questi Oxfam stima che 352 milioni siano serviti solo per tematiche fiscali, che potrebbero però garantire risparmi in tasse per 423 miliardi di dollari alle più grandi società americane, se la riforma fiscale promessa da Trump andasse in porto.

Tanto per capirci, Oxfam ha calcolato che 1 dollaro speso dai lobbisti può portare un risparmio sulle tasse di ben 1.200 dollari.

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Il ruolo delle filiali offshore
Nello stesso periodo è aumentato il denaro parcheggiato all’estero. Una pratica comunque legale e attuata attraverso 1.751 filiali offshore in cui sarebbero stati parcheggiati 1.600 miliardi di dollari nel 2015, utilizzate dalle 50 società più grandi degli USA.

Le stesse che avrebbero aperto nel 2015 altre 143 sussidiarie basate nei paradisi fiscali e portato all’estero 200 miliardi di dollari in più rispetto al 2014.

I nomi sotto i riflettori
Parliamo di colossi del tech, come Apple, Microsoft, IBM e Alphabet (il nuovo nome del gruppo Google), dei beni di consumo (Coca Cola, Pepsi Cola, Procter & Gamble, Johnson & Johnson), dell'industria farmaceutica (Pfixer), ma anche colossi del settore del divertimento (Walt Disney), note compagnie petrolifere come Chevron, Exxon Mobil e, ovviamente, le grandi banche come JP Morgan, Goldman Sachs, Bank of America, Morgan Stanley e Citigroup.

I 15 paradisi fiscali più aggressivi
Ma dove sono nascosti tutti questi soldi? Secondo un report di Oxfam pubblicato lo scorso dicembre (Tax Balltes), soprattuto in 15 paesi, di cui quattro della Ue (Olanda, Irlanda, Lussemburgo e Cipro).

Gli altri 12 sono: Bermuda, Isole Cayman, Svizzera, Singapore, Curacao, Hong Kong, Bahamas, Mauritius, Isole Vergini britanniche. Questi paesi, secondo Oxfam, sono i "più aggressivi al mondo in quanto facilitano le forme più estreme di elusione fiscale societaria e guidano la corsa al ribasso nella tassazione d’impresa".

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