Trump: perché non è più un nemico delle banche

Da fustigatore a nuovo alfiere di Wall Street: The Donald è pronto a mandare in fumo quasi un decennio dedicato a frenare gli eccessi della finanza?

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Il nuovo presidente Usa Donald Trump – Credits: NICHOLAS KAMM/AFP/Getty Images

Massimo Morici

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Fustigatore o alfiere di Wall Street? Difficile dare una risposta certa con Donald Trump, il nuovo presidente Usa. In campagna elettorale aveva promesso guerra alla Grande Finanza nemica del "popolo americano", magari resuscitando addirittura la legge che nel 1933 separò le banche commerciali da quelle investimento (Glass – Steagall Act) e che è stata cancellata nel 1999, portando, secondo alcuni, al crac di Lehman Brothers.

Ora The Donald sembra aver cambiato idea. La sua futura amministrazione si impegnerà a riformulare la supervisione del settore finanziario, ma sotto il segno della deregulation. Rimuoverà i paletti posti ai mutui iper-speculativi e agli investimenti azzardati che portarono alla grande crisi? Insomma, Trump da nemico è diventato amico delle banche? In molti sospettano di sì. Vinte le elezioni, si è messo a corteggiare il banchiere più importante in America: Jamie Dimon, numero uno di JP Morgan. Lo vuole futuro segretario al Tesoro.

In alternativa i rumors danno in pole position il deputato texano Jeb Hensarling, che ha elaborato un riforma del settore finanziario decisamente liberista: dalla padella alla brace, se proviamo a vederla con gli occhi di Bernie Sanders, il democratico socialisteggiante che ha promesso ampia collaborazione se la riforma andrà nella direzione promessa agli elettori, ma anche "battaglia dura" se finirà con favori alle banche e a Wall Street.

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Le reazioni di Yellen e Draghi
Per scoprire il vero volto in materia di finanza di Trump dovremmo aspettare ancora un po’. Come ricorda il Wall Street Journal in un articolo di alcuni giorni fa, la regolamentazione finanziaria non è stata menzionata da Trump tra le priorità nell'agenda della Casa Bianca per i primi 100 giorni.

Nel frattempo sono già scesi in campo due pesi massimi in difesa dell’attuale sistema. La prima è stata Janet Yellen, che rischia di perdere la poltrona di presidente della Fed: è tornata a difendere il Dodd-Frank Act, la riforma voluta da Barack Obama dopo la crisi del 2008 per aumentare le tutele nei confronti dei risparmiatori. Poi è stata la volta di Mario Draghi.

Il presidente della Bce ha sostenuto che la ripresa va supportata da un forte e "ben regolato" settore bancario, perché "una delle principali cause della crisi finanziaria globale è stata l’eccessiva deregolamentazione nel settore finanziario nei precedenti due decenni". Chi dimostra di avere un’idea precisa di come sarà Trump in materia di finanza, sembra essere proprio il mercato finanziario. A sorpresa Wall Street sta vivendo una vera e propria luna di miele con il tycoon e ha toccato nuovi record storici nelle due settimane successive al voto, una cavalcata che non si vedeva dal 1999.

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La reazione degli investitori
Entusiasmo eccessivo? "Gli investitori scommettono su un nuovo Reagan e sull’attuazione di politiche molto pragmatiche" prova a spiegare Marc Craquelin, esperto del fondo di investimento francese Financière de l’Echiquier che descrive però il tycoon come "una sorta di Ufo economico che unisce keynesismo, deregolamentazione e protezionismo".

Eppure il giorno prima delle elezioni non erano pochi gli operatori di Borsa a sperare in un esito diverso. Di Trump spaventava (e per la verità spaventa ancora) il suo "populismo" che negli Stati Uniti "ha preso una strada sbagliata". Lo ha scritto Bill Gross, uno dei più importanti investitori obbligazionari americani, nell'ultima newsletter agli investitori di novembre. Cosa è successo, dunque? "Il mercato ha una opinione politica molto chiara: in genere vota liberale. Ogni qualvolta si vedono muri e dazi doganali vende e viceversa se ci sono le liberalizzazioni di beni e persone accetta il rischio e investe" chiosa Massimo Siano, esperto di lungo corso di investimenti in materie prime e responsabile per il Sud Europa di Etf Securities.

E perché questa volta i mercati non hanno punito un (per ora sedicente) protezionista? "Per le ragioni elencate prima non credo che Trump sia un grave problema in quanto il sistema costituzionale americano assegna un rigoroso potere di controllo da parte del Parlamento: Trump durante la campagna elettorale è stato spesso in disaccordo con una buona parte del suo partito e viceversa. Per attuare il suo programma dovrà rinegoziare e ricucire" conclude l’esperto.

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