Petrolio: dove può arrivare il prezzo dopo l'accordo Opec

Grazie al compromesso tra Riad e Teheran i paesi del cartello arrivano a un'intesa sul taglio alla produzione: non accadeva da otto anni

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Massimo Morici

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Con l’intesa raggiunta il 30 novembre dai paesi del cartello dell'Opec la fase ribassista del prezzo del greggio può dirsi finita. L’importanza dell'accordo sul taglio alla produzione, circa 1,2 milioni di barili in meno a 32,5 milioni, è storico e ha valenze economiche e geopolitiche: giunge dopo 8 anni di incomprensioni tra i principali paesi del cartello.

È stata proprio l’intesa tra i tre paesi produttori, Arabia Saudita, Iran e Iraq, con un ruolo di primo piano nella mediazione svolto all'interno dell'organizzazione dal Venezuela, il paese che forse sta pagando più degli altri il crollo del prezzo del greggio degli scorsi due anni, e all'esterno dalla Russia, il terzo produttore al mondo che non fa parte del cartello (come del resto gli Usa, Cina e Messico), storicamente alleata dell’Iran, ma che negli ultimi mesi si è avvicinata a Riad in vista di una futura collaborazione per lo sviluppo dell'energia atomica nella penisola araba.

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La guerra di Riad ai concorrenti
In particolare, l'intesa non sarebbe stata possibile senza il compromesso tra i due paesi che si contendono l'egemonia del Medio Oriente: l'Iran, che aveva fatto saltare il vertice di Doha lo scorso maggio e ora ha ottenuto di mantenere la produzione a 3,78 barili al giorno, e l’Arabia Saudita, che ha accettato di farsi carico di quasi la metà del taglio ponendo fine alla guerra commerciale iniziata a fine 2014 (l’Iraq, invece, ha accettato un taglio di 200 mila barili).

Riad in questi ultimi due anni ha cercato di mettere alla berlina i concorrenti fuori e dentro l'Opec puntando sempre i piedi a ogni vertice per mantenere invariata la produzione, nonostante il calo della domanda in Cina (primo consumatore di materie prime) e il forte aumento dell'offerta a seguito dello sviluppo dello shale oil in Canada e  Stati Uniti d'America, tanto che la guerra commerciale all'inizio sembrava rivolta proprio contro i produttori di idrocarburi non convenzionali nord americani.

Questi ultimi, infatti, devono sostenere un costo maggiore per estrarre il petrolio dalle rocce di scisto, ma si sono dimostrati più resistenti del previsto al crollo dei prezzi dell'oro nero: il breakeven era 80 dollari al barile nel 2012 (contro i 10 - 20 dollari in Arabia Saudita) ma grazie alle nuove infrastrutture di estrazine e trasporto sta scendendo verso quota 40 dollari. Con la fine dell'embargo in Iran, che quest'anno è tornato a produrre ed esportare petrolio a ritmi sostenuti, il fronte si è spostato fino a Teheran (e indirettamente anche a Mosca).

Ma col petrolio a 30 dollari, livello toccato a inizio anno, i rischi a livello economico e geopolitico rischiavano di diventare troppi: naturale il disgelo e l'avvio di un dialogo tra sauditi e iraniani, in seno all'Opec, e coi russi, fuori dal cartello, per giungere a una soluzione, annunciata informalmente a fine settembre e confermata mercoledì 30 novembre in via formale all'incontro ufficiale a Vienna, che accontentasse tutti.

Petrolio: perché l'accordo tra Iran e Arabia Saudita è storico


Le previsioni degli esperti
A seguito dell'intesa, era scontato il balzo delle quotazioni: in tre giorni il greggio è cresciuto a due cifre e ora sia il Brent, il petrolio del Mare del Nord, sia il WTI, il greggio di riferimento nel mercato Nord Americano, viaggiano ampiamente sopra i 50 dollari.

Ora i mercati si chiedono fino a dove potrà spingersi il prezzo nei prossimi mesi. Alcuni stimano un target di 55 dollari al barile nel breve - medio termine (Deutsche Bank). Altri si spingono a 60 dollari: è il caso della compagnia russa Lukoil e del gestore di patrimoni elvetico GAM. Per la banca d'affari Goldman Sachs potrebbe salire addirittura sopra tale soglia.

Ma non sono pochi gli esperti che invitano alla cautela. "Con alcuni membri dell'Opec alle prese con problemi di natura geopolitica ed economica, un accordo sul taglio della produzione di greggio testimonia l'impegno dell’Organizzazione nel garantire un mercato in equilibrio e, di conseguenza, un miglioramento dei prezzi" commenta David Whitten, esperto di materie prime e risorse naturali del gestore di patrimoni britannico Henderson Global Investors.

"In ogni caso, gli obiettivi concordati dovranno essere rigorosamente rispettati non solo per assicurare un rapido ribilanciamento del mercato, ma anche per mantenere intatta la credibilità del cartello" prosegue. Il settore, inoltre, deve ancora scontare i tagli da 1 trilione di dollari agli investimenti fatti durante la crisi delle materie prime, che secondo James Butterfill, capo della ricerca di ETF Securities, operatore specializzato negli investimenti sulle materie prime, cominceranno a impattare sull’offerta nel 2017. "Quando i tagli prolungati alla produzione toccheranno gran parte delle scorte, è probabile che il prezzo del petrolio scambi al di sopra dei 55 dollari al barile" conclude l'esperto.

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