Argentina e Tango Bond, cercasi accordo con gli americani

Il governo di Buenos Aires alla ricerca di un'intesa con i fondi statunitensi. Obiettivo: evitare il default

La presidentessa argentina Cristina Fernandez de Kirchner – Credits: Epa Photo/Ansa

Andrea Telara

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Per adesso, gli analisti mostrano ottimismo: alla fine, sostengono gli esperti delle case d'affari, il governo di Buenos Aires e i fondi di investimento americani troveranno un accordo, per scongiurare un nuovo fallimento dell'Argentina. L'appuntamento è fissato per domani, martedì 22 luglio, di fronte al giudice Thomas Griesa della Corte di Giustizia degli Stati Uniti. Sarà lì che le parti in causa dovranno tentare di raggiungere un'intesa. Altrimenti, c'è il rischio concreto che Buenos Aires, il prossimo 30 luglio, finisca di nuovo il default come nel 2001. Per quale ragione?

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L'ipotesi di un nuovo fallimento argentino, per chi non avesse seguito tutta la vicenda, è legata proprio alle decisioni dei giudici statunitensi e agli strascichi lasciati dal precedente default di 13 anni fa. Nel 2001, infatti, il governo di Buenos Aires non fu in grado di rimborsare il proprio debito di 100 miliardi di dollari, che era detenuto in gran parte da stranieri (tra cui molti investitori istituzionali americani ma anche parecchi risparmiatori privati italiani)

IL CONCORDATO

Tra il 2005 e il 2010, cioè qualche anno dopo la bancarotta, le autorità argentine proposero un concordato ai creditori, che possedevano i titoli di stato emessi dal governo di Buenos Aires e ribattezzati subito con il nomignolo di Tango bond. La proposta era di ripagare il debito soltanto a chi accettava una riduzione del valore nominale dei Tango bond del 70% circa.

IL NO DEI FONDI AMERICANI

Non tutti i creditori internazionali hanno però aderito alle proposte di Buenos Aires. Tra chi si è rifiutato, per esempio, c'è un gruppo di hedge fund, cioè di fondi speculativi americani (Nml Capital, Aurelio e Blue Angel) che hanno fatto ricorso alla Corte di Giustizia americana e hanno clamorosamente ottenuto una vittoria. Alla fine di giugno, infatti, i giudici statunitensi hanno dato ragione agli hedge fund e ordinato all'Argentina di pagare entro il prossimo 30 luglio una somma di 832 milioni di dollari, che rappresenta a una prima rata del vecchio debito di Buenos Aires.

EFFETTO DOMINO

La cifra che l'Argentina deve sborsare non è di per sé astronomica. Un eventuale pagamento, tuttavia, rischia di innescare una sorta di effetto-domino. Nel vecchio concordato con gli obbligazionisti (quello che ha svalutato del 70% i Tango bond) esiste infatti una clausola che può portare di nuovo in fallimento il governo di Buenos Aires. Si chiama Rufo (Rights upon future options) e stabilisce il diritto per tutti gli obbligazionisti a essere trattati alla stessa maniera. In altre parole, se Buenos Aires paga per intero i propri debiti nei confronti degli hedge fund americani che non hanno accettato il concordato, allora deve fare lo stesso con i creditori che invece hanno concesso un mega-sconto all'Argentina. E così, il governo di Buenos Aires rischia di essere costretto a sborsare miliardi e miliardi di dollari, che lo porterebbero di nuovo in bancarotta. Per gli analisti , tuttavia, quest'ultimo scenario non conviene a nessuno, neppure ai fondi americani. Per questo, secondo gli esperti delle case d'affari, prima o poi arriverà un accordo tra le parti.

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