Argentina, le conseguenze del fallimento

Il governo di Buenos Aires non ha trovato l'accordo sui Tango Bond con i creditori americani. Ecco chi e come è coinvolto

La presidentessa dell'Argentina Cristina Fernandez de Kirchner – Credits: Epa Photo/Ansa

Andrea Telara

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L'Argentina è di nuovo in bancarotta, la seconda degli ultimi 13 anni dopo quella del 2001, che valse bel 100 miliardi di dollari. Questa notte è scaduto infatti il termine entro il quale il governo di Buenos Aires deve pagare i fondi americani che hanno fatto ricorso (e vinto la causa) presso la Corte di Giustizia di New York presieduta Thomas Griesa. A nulla sono valsi i tentativi di trovare un accordo tra le parti, nonostante l'intenso lavoro del mediatore Daniel Pollack.

Il governo di Buenos Aires presieduto da Cristina Kirchner è in fallimento. Con quali conseguenze? Per fare delle previsioni sugli scenari che si aprono, bisogna compiere prima qualche passo a ritroso e capire come si è arrivati alla situazione di oggi.

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LA CAUSA AMERICANA

Nel 2001, l'Argentina finì in default e non fu in grado di ripagare il proprio debito, che ammontava a circa 100 miliardi di dollari. Tra il 2005 e il 2010, cioè qualche anno dopo la bancarotta, le autorità di Buenos Aires proposero un concordato ai creditori, che possedevano i titoli di stato emessi dal paese sudamericano e ribattezzati subito con il nomignolo di Tango bond. L'offerta era di ripagare il debito soltanto a chi accettavauna riduzione del valore nominale dei Tango bond del 70% circa. Non tutti i creditori internazionali hanno però aderito alle proposte di Buenos Aires. Tra chi si è rifiutato (il 7% circa), c'è per esempio un gruppo di hedge fund, cioè di fondi speculativi americani (Nml Capital, Aurelio e Blue Angel) che hanno fatto ricorso alla Corte di Giustizia Statunitense (competente per la giurisdizione sui bond emessi in dollari) e hanno clamorosamente ottenuto una vittoria. Alla fine di giugno, infatti, i giudici americani hanno dato ragione agli hedge fund e ordinato all'Argentina di pagare una somma di 1,5 miliardi di dollari, compresi gli interessi.

IL PERCHE' DEL DEFAULT

La cifra che Buenos Aires deve sborsare non è di per sé gigantesca. Un eventuale pagamento, tuttavia, rischia di innescare una sorta di effetto-domino. Nel vecchio concordato con gli obbligazionisti (quello che ha svalutato del 70% i Tango bond) esiste infatti una clausola che può portare di nuovo in fallimento il governo di Buenos Aires. Si chiama Rufo (Rights upon future options), è in vigore fino al 31 dicembre 2014 e stabilisce il diritto per tutti gli obbligazionisti a essere trattati alla stessa maniera. In altre parole, se Buenos Aires paga per intero i propri debiti nei confronti degli hedge fund americani che non hanno accettato il concordato, allora deve fare lo stesso con i creditori che invece, negli anni scorsi, hanno concesso un mega-sconto all'Argentina. E così, il governo di Buenos Aires rischia di essere costretto a sborsare almeno 29 miliardi di dollari ai propri creditori, che lo porterebbero di nuovo in bancarotta.

LE CONSEGUENZE

A livello macroeconomico, secondo la presidentessa del Fondo Monetario Internazionale Christine Lagarde, le conseguenze di un fallimento argentino sarebbero “spiacevoli ma limitate”. Del resto, i contraccolpi non furono giganteschi (almeno per l'economia internazionale) anche ai tempi del default del 2001, che aveva dimensioni ben più consistenti di oggi e trascinò il paese sudamericano nel caos. Molto difficile da interpretare, invece, è lo scenario all'orizzonte per i possessori dei Tango Bond, titoli che fino al 2001 furono acquistati in massa anche da da decine di migliaia di piccoli risparmiatori italiani (per un valore di circa 8 miliardi di euro).

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Tra i detentori delle obbligazioni argentine finite i default, circa 50mila nostri connazionali rifiutarono le svalutazioni proposte tra il 2005 e il 2010 dal governo di Buenos Aires. Ora, per questa folta platea di investitori italiani, si apre qualche flebile speranza di essere risarciti al pari degli hedge fund statunitensi, ma conviene non farsi troppe illusioni perché la situazione è abbastanza intricata e i tempi non saranno brevi. Certo, la sentenza americana dovrebbe comunque rappresentare un precedente importante all'Icsid, il centro internazionale di risoluzione delle controversie (presso il quale i risparmiatori italiani stanno portando avanti la propria causa).

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Discorso diverso, invece, per gli investitori che hanno accettato il concambio proposto a suo tempo dalla Repubblica Argentina e hanno dovuto subire delle perdite fino al 70% del capitale investito nei Tango Bond. In teoria, grazie alle clausole Rufo ricordate nel paragrafo precedente, anche questi investitori avrebbero diritto a essere trattati alla stessa stregua dei fondi americani e a vedersi rimborsato l'intero credito. C'è chi pensa però che la clausola Rufo sia valida soltanto nel caso in cui l’Argentina proponga un accordo volontario con in creditori e non quando è un tribunale a ordinare il pagamento, come sta avvenendo in questi giorni. La questione dei Tango Bond, insomma, si sta trasformando in una questione di lana caprina e forse, per tutti gli investitori è meglio augurarsi soprattutto una cosa: che l'Argentina non fallisca.

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