Argentina e il default: che fare con i Tango Bond

Cosa devono aspettarsi i risparmiatori che hanno ancora nel portafoglio le obbligazioni del governo di Buenos Aires

Tango Bond

Una manifestazione di risparmiatori nel 2005, ai tempi dello scandalo dei Tango Bond – Credits: Stefano Snaidero/Ansa

Andrea Telara

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I grandi fatti della storia, sosteneva Carlo Marx, si presentano due volte: la prima volta come tragedia, la seconda come farsa. In effetti, il recente fallimento dell'Argentina (il secondo degli ultimi 13 anni), sembra avere un po' i contorni della farsa dopo essere stato nel 2001 una vera tragedia per il portafoglio di 450mila risparmiatori italiani, spinti dalle banche a comprare i Tango Bond, cioè i titoli di stato emessi dal governo di Buenos Aires, trasformatisi poi in carta straccia. Mentre i ricchi hedge fund americani hanno vinto la loro lunga battaglia in tribunale contro le autorità argentine, a pagare il prezzo maggiore dell'ennesimo fallimento sudamericano rischiano di essere di nuovo i piccoli investitori. Sono coloro che, per attenuare un po' le perdite astronomiche subite con il primo default, negli anni passati accettarono la ristrutturazione del debito proposta da Buenos Aires, che svalutò del 70% i vecchi Tango Bond. Cosa accadrà a questi risparmiatori e a quelli che, invece, rifiutarono a suo tempo di aderire alla ristrutturazione del debito? Ecco, di seguito, gli scenari che si aprono all'orizzonte.

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Chi ha nel portafoglio dei Tango Bond frutto della ristrutturazione non può certo rallegrarsi, di fronte al nuovo default. Già negli anni scorsi, questi risparmiatori (sono 400mila in tutta Italia) hanno accettato di svalutare del 65-75%% il proprio credito nei confronti di Buenos Aires e ora rischiano seriamente di avere ulteriori penalizzazioni, ancora però tutte da quantificare. Fanno eccezione solo i risparmiatori che hanno in mano dei bond emessi dagli enti locali come la provincia di Buenos Aires, che potrebbero salvarsi dall'insolvenza. Per chi ha i titoli governativi invece, si apre uno scenario di incertezza. In teoria, esistono delle clausole contrattuali che danno anche a questi investitori il diritto di portare avanti delle azioni collettive contro il governo argentino. Tali iniziative giudiziarie devono essere però approvate con una maggioranza elevatissima, che difficilmente può essere raggiunta. Nelle settimane scorse, diversi operatori dei mercati hanno consigliato di vendere il prima possibile i titoli argentini nel portafoglio, per evitare ulteriori danni. Chi segue questo consiglio, però, si rassegna per sempre a incassare delle perdite, senza poter sperare in ulteriori sviluppi positivi.

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Non dovrebbero andare molto meglio le cose per quei risparmiatori (sono 50mila in Italia) che a suo tempo non hanno accettato il concordato con il governo argentino (e hanno ancora nel portafoglio i vecchi Tango Bond) . Da tempo, questi investitori portano avanti una iniziativa giudiziaria presso l'Icsid (International Centre for the Settlement of Investment Disputes), un organismo arbitrale incaricato di risolvere le controversie internazionali, che potrebbe prendere una decisione entro la fine dell'anno. In teoria, anche i risparmiatori che rifiutarono l'accordo con Buenos Aires hanno diritto a essere trattati come gli hedge fund americani e a vedersi rimborsato il credito originario. Purtroppo, anche nel caso di un pronunciamento favorevole ai creditori, è difficile che la decisione dell'Icsid possa diventare realmente esecutiva. I giudici americani che hanno dato ragione agli hedge fund statunitensi, infatti, hanno avuto la possibilità di bloccare i pagamenti dell'Argentina, mandandola in default, per una ragione molto semplice: tutte le somme di denaro che il governo di Buenos Aires deve versare ai detentori delle obbligazioni in dollari passano attraverso i conti di banche americane e sono sottoposti dunque alla legislazione americana. Purtroppo, l'arbitro che dirime le controversie internazionali non gode degli stessi poteri.

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