Quanto può costare all'Italia il No di Atene

Secondo i sondaggi più del 70 per cento degli italiani approva la scelta dei greci. Eppure il risultato può far saltare i nostri conti pubblici

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Il primo mistro greco Alexis Tsipras con il presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi e il cancelliere tedesco Angela Merkel – Credits: EPA/OLIVIER HOSLET

Stefano Caviglia

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Quel 74 per cento di italiani che secondo i sondaggi tv approva il No dei greci al referendum sembra mancare di alcune informazioni fondamentali. La più importante è che quel voto colpisce anche, e forse soprattutto, il nostro Paese. Dicendo no alle proposte dell'Europa, infatti, i greci hanno rifiutato le riforme che darebbero qualche affidabilità alla prospettiva di rimborso dei loro 300 e passa miliardi di debiti, 36 dei quali contratti (fra prestiti bilaterali e quote di organismi internazionali) proprio con l’Italia, che è il terzo creditore della Grecia dopo Germania e Francia.

   In altre parole se la Grecia smette di pagare (come avviene di regola nei fallimenti) spariscono 36 miliardi di euro dal bilancio del nostro Stato, che già non se la passa affatto bene. Ancora peggiori sarebbero le conseguenze di un crollo della credibilità dell’euro sui mercati internazionali. L’Italia è infatti il paese europeo con il debito pubblico più alto (in rapporto al Prodotto interno lordo) dopo quello la Grecia. A scanso di equivoci: questo non significa affatto che ci siano similitudini fra la nostra situazione e quella della Grecia (né tanto meno, come qualcuno pensa, che possiamo smettere di pagare anche noi se lo fanno loro). L’Italia, per nostra fortuna, non ha mai chiesto aiuti finanziari alle istituzioni internazionali (nel 2012 c’è andata abbastanza vicino) e per questo ci siamo risparmiati le visite dei signori incravattati della Troika (Commissione europea, più Banca centrale europea, più Fondo monetario internazionale) con le loro dolorose e poco diplomatiche ricette  che tanto hanno contribuito alla ribellione dei greci.

   Diversamente da quello greco, il nostro debito è stato contratto e viene periodicamente rinnovato sul mercato dei titoli pubblici, esattamente come quello di tutti gli altri paesi, con l’unica particolarità di un valore (sempre rispetto al pil) molto più alto della media: è il terzo al mondo, Grecia a parte, dopo quelli del Giappone e degli Usa. Sul suo ammontare paghiamo corposi interessi che variano con le condizioni di mercato (a differenza dei greci, che proprio per la loro situazione pagano tassi “politici” in media al 2,5 per cento). Che cosa succederebbe ai tassi sui nostri titoli in presenza di un crollo della fiducia nell’economia dell’area euro? Schizzerebbero in alto, costandoci molto di più e rendendo ancor più impervia quella riduzione del debito da tutti ritenuta indispensabile.

   Questo vuol dire che, nonostante i comprensibili inviti alla calma di Matteo Renzi e del ministro dell’Economia Piercarlo Padoan, l’Italia non è affatto al riparo dal rischio di contagio. Non per niente il presidente del Consiglio, che si era spavaldamente schierato per la fermezza a fianco di Angela Merkel prima del referendum (chiaramente in previsione di una vittoria del si) si è invece subito ricollocato su una linea più morbida subito dopo la vittoria del no. La ragione è semplice: se la Germania può forse assorbire il fallimento della Grecia (e la sua probabile uscita dall’euro), per l’Italia la faccenda sarebbe economicamente ben più grave.

   Tanto più che la coperta dei nostri conti è già più corta del previsto anche senza la Grecia. La legge di Stabilità di fine 2014 (ossia il bilancio preventivo dello Stato per il 2015) si basa infatti su ipotesi assai ottimistiche, alcune già rivelatesi fallaci, come il beneficio di un ulteriore rafforzamento del dollaro (arrestatosi da un paio di mesi) per le nostre esportazioni. Considerando anche la sentenza della Corte costituzionale che ha imposto il pagamento degli arretrati ai pensionati cui era stata bloccata l’indicizzazione dell’assegno ce n’è abbastanza per escludere il rispetto delle promesse renziane in fatto di riduzione delle tasse e, anzi, ipotizzare un aumento dell’iva nel 2016, come previsto dalle clausole di salvaguardia.

   “La verità” spiega a Panorama.it l’economista Gianfranco Polillo “è che siamo in presenza di un doppio rischio di contagio: economico, in quanto la Grecia non sembra in grado di rimborsare il debito e politico, perché questo rafforza i movimenti anti-euro in tutti i paesi, con la conseguenza di un aumento dell’incertezza sulle prospettive economiche dell’euro zona”. E l’incertezza, come si sa, non piace ai mercati: se lo spread fra i tassi dei titoli pubblici dei paesi nordici e quelli mediterranei dovesse tornare a impennarsi gli equilibri di finanza pubblica italiani sarebbero i primi a saltare (e neppure per la Francia sarebbe una passeggiata).

   Va detto che a contrastare questo scenario c’è, ed è un elemento fondamentale, la determinazione con cui il presidente della Bce, Mario Draghi, pompa da mesi liquidità nell’economia europea acquistando titoli di Stato dei vari paesi. “Ma è davvero l’unico elemento che gioca a favore dell’Italia in questo momento” conclude Polillo. Per il resto, possiamo solo sperare che Atene accetti di fare le riforme per migliorare la sostenibilità del suo debito, arretrando almeno di qualche passo rispetto a quel No che è tanto è piaciuto alla maggioranza dei telespettatori italiani.

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