Produzione: ecco dove costa davvero di meno

I cambiamenti nel costo del lavoro, dell’energia e nella competitività favoriranno lo sviluppo di centri manifatturieri regionali, rivela uno studio di Boston Consulting Group

Un operaio al lavoro in una fabbrica – Credits: Jean-Christophe Verhaegen/AFP/Getty Images

Stefania Medetti

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La mappa globale della produzione è cambiata. Lo comunica Boston Consulting Group che firma lo studio  intitolato “The shifting economics of global manufacturing” che analizza i cambiamenti economici che ridisegnano la produzione globale. In base ai risultati dell’analisi che ha messo a confronto i dati del 2004 con quelli del 2014, il mondo della produzione non è più diviso in due macro regioni, quelle dove costa tanto produrre e quelle dove costa poco. La vecchia mappa, adesso, è stata sostituita da uno scenario a scacchiera, frutto di cambiamenti nel costo del lavoro, nella produttività, nei costi dell’energia e nei tassi valutari. Analizzando 25 Paesi che catalizzano circa il 90% della produzione globale, dunque, sono emersi risultati inattesi. Per esempio, il Brasile è diventato uno dei Paesi dove produrre costa di più, mentre i costi produttivi della Russia e dell’Europa Orientale sono lievitati fin quasi a raggiungere quelli degli Stati Uniti. In pratica, la competitività è migliorata per alcuni Paesi e peggiorata per altri. 

Boston Consulting Group, dunque, suddivide i principali mercati manifatturieri del mondo in quattro gruppi. Il primo è rappresentato dai Paesi “sotto pressione”, mercati tradizionalmente considerati economici che hanno assistito a un’erosione del proprio vantaggio economico nell’ultimo decennio. E’ il caso della Cina, per esempio, il cui costo produttivo attuale è inferiore del 5% rispetto a quello degli Stati Uniti, ma anche del Brasile che, appunto, risulta più costoso di molti Paesi dell’Europa Occidentale. Anche la competitività di Polonia, Repubblica Ceca e Russia è andata deteriorandosi e oggi è prossima a quella degli Stati Uniti e di poco inferiore a quella di Regno Unito e Spagna.

Il secondo gruppo è rappresentato dai “Paesi che perdono terreno” a causa di una debole crescita della produttività associata ad alti costi energetici. Fra questi, oltre all’Italia, figurano Australia, Belgio, Francia, Svezia e Svizzera. Crescita della produttività e svalutazione, invece, hanno aiutato India e Indonesia, Paesi Bassi e Regno Unito che sono considerati "Paesi stabili", grazie a una certa anelasticità dei parametri analizzati. Risultato: questi ultimi quattro mercati si candidano a diventare leader nelle proprie regioni

Fra i Paesi che emergono dal confronto con il 2004, ci sono le cosiddette “Rising Global Star”, ovvero il Messico e gli Stati Uniti la cui struttura di costi è migliorata maggiormente rispetto ai 25 principali produttori monitorati. Secondo le stime di Boston Consulting Group, adesso, il Messico ha un costo produttivo medio per pezzo inferiore a quello della Cina. Infine, la previsione: i cambiamenti nei costi produttivi determineranno uno spostamento dell'asse della produzione globale. Il modello dicotomico di mercati ad alto e a basso costo, infatti, non riflette l’attuale scenario produttivo e le aziende più attente ai costi, dunque, punteranno sempre di più sui più convenienti centri produttivi locali.

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