Pil, anche Padoan ammette che le previsioni vanno riviste al ribasso

Non c’è stato alcun effetto benefico derivante dalle politiche messe in campo dall’Italia per far ripartire l’economia in questa prima metà dell’anno

Fabrizio Goria

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Alla fine, l’ammissione è arrivata. “Dobbiamo rivedere al ribasso le previsioni di crescita del Pil, e quando avremo dati più precisi capiremo quale sarà il cammino verso l’obiettivo”.

Con queste parole il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, in una lunga intervista con Il Corriere della Sera ha spiegato quale sarà l’autunno che dovranno attendersi gli italiani.

La recessione è tornata, complici i rischi geopolitici globali, ma fino a oggi il mantra era solo uno: non esiste un problema Italia. I dati, però, dicono altro.

E ora anche il Tesoro ne prende atto.

Il 2014 doveva essere l’anno della riscossa italiana. L’anno in cui il Pil sarebbe tornato a crescere. O almeno così pensava Fabrizio Saccomanni, titolare del dicastero economico nel governo di Enrico Letta. “Prevediamo per il 2014 un tasso di crescita, grazie all'impatto positivo delle riforme, dell’1 per cento”, disse Saccomanni lo scorso settembre, durante la conferenza stampa per la presentazione del Documento di economia e finanza (Def).

Secondo l’ex direttore generale della Banca d’Italia, le previsioni del Def sul triennio 2014-2016 avrebbero messo il Paese “su un sentiero più positivo di quello che teoricamente l’Italia ha avuto nel decennio precedente”.

Poche settimane dopo, tuttavia, l’Istat aveva criticato Saccomanni, rivedendo al ribasso le prospettive sul Pil italiano. Critiche mal accolte dal Tesoro, dato che il ministro aveva ricordato all’ufficio statistico nazionale che la divergenza sui dati era “essenzialmente dovuta al processo di riforme strutturali che abbiamo intrapreso e alle misure per il rimborso dei debiti della pubblica amministrazione che sta procedendo molto bene”.

L'insediamento di Matteo Renzi ha visto l’arrivo all'Economia di Padoan, ex capoeconomista dell’Ocse. Nuovo ministro, stesso mantra. “Nel 2014 il Paese crescerà dello 0,8%”, spiegano i tecnici di Via XX Settembre.

Da Palazzo Chigi si ricorda che l’Italia è uscita dalla recessione, che le riforme stanno producendo i frutti sperati e che il favorevole clima sui mercati finanziari ha riportato in auge il Paese agli occhi della comunità degli investitori.

La stampa estera dà fiducia al governo dell’ex sindaco di Firenze, e il voto europeo del 25 maggio scorso sembra dare la carica a Renzi. Tuttavia, proprio dopo le elezioni europee cambia qualcosa.

Iniziano a uscire sempre più dati, e sempre più brutti. Le banche d’investimento tagliano le stime, il Fondo monetario internazionale (Fmi) pure, la Commissione europea idem e pure le agenzie di rating fanno lo stesso. Il Tesoro no.

Deflazione
Dall’estate dello spread, quella del 2011, si passa all’estate della deflazione.

Più l’indice generale dei prezzi al consumo cala, più l’Italia torna sotto i riflettori. L’avvitamento dell’economia italiana è al ribasso.

I prezzi calano perché le imprese non vendono, apparentemente perché i canali di accesso al credito sono bloccati, complice il deleveraging delle banche.
E se le imprese non vendono, gli effetti sono chiari: contrazione del Pil. Nuova recessione per l’Italia, che de facto non è mai uscita dal territorio negativo. Eppure, per l'Economia non c’è alcuna emergenza e, anzi, vengono confermati gli obiettivi di crescita per l’anno in corso.

Oggi anche Padoan ammette ciò che non si poteva più nascondere. Non c’è stato alcun effetto benefico derivante dalle politiche messe in campo dall’Italia per far ripartire l’economia in questa prima metà dell’anno.
Pertanto, il ministero dell’Economia dovrà rivedere al ribasso le proprie previsioni, allineandole a quelle del Fmi e della Commissione Ue. Di fatto, potrebbe essere il segnale d’allarme più significativo per i mercati, che hanno già individuato in Francia e Italia i due anelli più deboli dell’area euro, entrambi coinvolti in un processo di rinnovamento che sembra essere più lungo del previsto.

La partita più difficile, adesso, sarà giocata in autunno. Da un lato gli investitori internazionali hanno già prezzato l’arrivo di una manovra correttiva nell’ordine di 18-22 miliardi di euro.

Dall’altro la Commissione europea vuole maggiore chiarezza sullo stato dei conti pubblici italiani. Continuano a preoccupare l’elevato rapporto fra debito e Pil, ormai oltre quota 135%, così come la perdita di competitività delle imprese italiane rispetto alle compagini dell’eurozona. Nella seconda parte dell’anno, in mancanza di risposte sulle riforme (lavoro, mercato dei capitali, giustizia, fisco), la loro pazienza potrebbe terminare.

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