Economia

Perché i grandi della moda italiana perdono terreno

Continuano a guadagnare tanto e sono solide, ma le maison storiche crescono più lentamente degli stranieri. E di chi apre il capitale a nuovi soci.

Guido Fontanelli

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Sulle passerelle della moda italiana va in scena la Sfilata del tramonto? Prigioniere di imprenditori-stilisti che le hanno fondate ma che, con l’aumentare dell’età, fanno fatica a tenere il passo dei gusti globali, le storiche maison nazionali stanno soffrendo. Crescono più lentamente delle concorrenti straniere, francesi in testa, guadagnano meno e sembrano affette da un incurabile nanismo. Certo, incassano sempre molti utili e possono ancora fare il bello e il cattivo tempo nelle redazioni dei giornali di moda e non solo in quelli. Ma i numeri non sono incoraggianti: nel 2018 Prada ha visto il fatturato salire del 3 per cento, per la prima volta dal 2013, mentre gli utili sono scesi; al 31 marzo 2018 il gruppo Dolce & Gabbana ha mantenuto i ricavi stabili mentre i profitti sono diminuiti; anche Luxottica, protagonista di un difficile matrimonio con i francesi di Essilor, cresce a passo di lumaca, più 2,2 per cento il fatturato 2018 e più 2,7 gli utili operativi.

Nel frattempo il Godzilla della moda mondiale, la francese Lvmh della famiglia Arnault, ha archiviato il 2018 con vendite in aumento dell’11 per cento e con il risultato operativo impennato del 21 per cento. Una performance paurosa. E la Kering guidata da François-Henri Pinault? Utili raddoppiati grazie a Gucci e ricavi cresciuti del 26 per cento. Risultati da urlo. Così la distanza tra francesi e italiani continua ad allargarsi, confermando una tendenza che dura da anni.

Bisogna aggregarsi

Perché i nostri stilisti non tengono il passo dei concorrenti stranieri? Intanto perché sono più piccoli. L‘area studi di Mediobanca ha realizzato un’indagine sulla moda europea e ha individuato un panel di 43 gruppi con fatturato superiore a 900 milioni di euro: 15 hanno sede in Italia, 8 nel Regno Unito, 7 in Francia, 3 in Spagna, 2 in Danimarca, Germania e Svizzera e 1 in Finlandia, Lussemburgo, Polonia e Svezia. Quindi l’Italia in termini di numerosità è il Paese europeo con più imprese nella fashion industry. Ma in termini di giro d’affari la Francia con 7 aziende fa da sola il 30,3 per cento del fatturato aggregato mentre l’Italia con le sue 15 imprese pesa per il 13,4 per cento. Nella classifica di questi 43 gruppi, basata sui fatturati 2017, svetta al primo posto Lvmh con 43 miliardi di ricavi. La prima italiana, Luxottica con 9,2 miliardi, compare in settima posizione. Prada è quattordicesima, Armani diciannovesimo. 

Ma in un mondo globalizzato è fondamentale aggregare più marchi per ridurre i costi e aumentare le sinergie, come hanno fatto i francesi: Lvmh conta 70 brand ed è presente in cinque settori (fashion e pelletteria, profumi e cosmetici, orologi e gioielleria, vini e alcolici e distribuzione). Così può compensare la caduta di un marchio o di un settore con la crescita di un altro. Chi non si aggrega, rischia di avvitarsi in un rallentamento inarrestabile. Nel periodo 2013-2017 le grandi aziende della moda italiana sono cresciute in media del 3,5% per cento all’anno, la metà rispetto al 7,4 per cento messo a segno dall’intero campione europeo preso in esame da Mediobanca. In termini di redditività i gruppi danesi sono in testa con margini del 22,6 per cento, seguiti dai francesi (19,6) mentre le aziende italiane arrancano con l’11,6 per cento. E complessivamente i margini delle imprese tricolori sono in fase calante.

Guida familiare

Un altro limite degli storici marchi del lusso nazionale è rappresentato dalla proprietà: spesso le aziende sono guidate da imprenditori o famiglie che lasciano poca autonomia ai manager e agli stilisti e difficilmente fanno emergere i talenti che potrebbero fare ombra ai fondatori. Il risultato è un certo immobilismo: oltre a fare tanti profitti (anche se in diminuzione) e ad essere finanziariamente solide, le maggiori case di moda italiane hanno in pancia tantissima liquidità che resta lì, senza venire utilizzata per fare acquisizioni e far crescere l’attività, ingolosendo invece eventuali raider. 

Naturalmente ci solo le eccezioni: imprese come Furla che si sono affidate a manager esterni o come Valentino, Stone Island e Golden Goose che hanno aperto le porte a fondi di investimento, hanno dimostrato maggiore dinamismo. O come, tra i grandi, Moncler che crescea doppia cifra. Nel suo studio Mediobanca ha preso in esame anche l’universo delle imprese italiane della moda con un fatturato di almeno 100 milioni nel 2017, che comprende 163 società. Mettendo a confronto la performance delle 15 aziende leader e quella delle altre 148 imprese di minori dimensioni, emerge che i leader crescono meno dei follower (più 3,5 per cento le prime e più 9,5 le seconde) e la loro redditività è meno veloce; di contro, le imprese maggiori sono più redditizie, più capitalizzate e più liquide. Proprio come gli anziani.

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