Default, Liza Minnelli avrebbe cantato “no money, money, money”…

«Money, money, money, money, money…» cantava Liza Minnelli ai tempi d’oro agitandosi sui palchi di mezzo mondo. Soldi, appunto. Ma, visti i tempi di vacche magre, magrissime, andrebbe parafrasato in «no money, no money, no money, no money…». Non è …Leggi tutto

Zornitza Kratchmarova

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«Money, money, money, money, money…» cantava Liza Minnelli ai tempi d’oro agitandosi sui palchi di mezzo mondo. Soldi, appunto. Ma, visti i tempi di vacche magre, magrissime, andrebbe parafrasato in «no money, no money, no money, no money…». Non è un caso se una delle ossessioni autunnali di questo acciaccato 2011 sia diventata la parolina “default”. O, per i comuni mortali, “fallimento”.

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Se ne parla quando non ci sono più soldi in cassa. È la tipica situazione di insolvenza in cui può ritrovarsi una società, un ente o, addirittura, uno Stato. Scatta con il mancato rispetto di una o più clausole presenti in un accordo di prestito, come il mancato rimborso di un finanziamento o mutuo che sia (basta una rata saltata), o il mancato pagamento degli interessi dovuti (cedole). In soldoni: non si è più in grado di rispettare le clausole contrattuali sottoscritte. Punto e stop.

È quanto ha rischiato la Grecia: primo Paese dell’area Ue a ritrovarsi a un passo dal baratro. Altrove è successo. Eccome. Qualche esempio? Ecuador (1999), Argentina (2002), Islanda (2010). In termini economici significa che il Paese in cui scatta l’allarme rosso non rimborsa agli investitori il valore dei propri titoli di Stato e dei relativi interessi.

In questo modo cedole e buoni del Tesoro si trasformano in carta straccia. Peggio per chi li detiene? Giusto. Ma non solo. Perché tra le conseguenze immediate più probabili del crack ci sono l’azzeramento degli stipendi dei lavoratori pubblici e la riduzione all’osso dei servizi per i cittadini. Anche i depositi bancari rischiano di essere congelati e, quel che è peggio, il loro valore crolla.

La colpa è della iper-svalutazione della moneta che accompagna ogni default. Così chi può trasporta per tempo tutti i propri liquidi in valuta forte fuori dal Paese. Gli altri restano al palo. Per uscirne la soluzione è una sola: il Paese fallito deve chiedere un prestito di portata gigantesca al Fondo monetario internazionale (Fmi). Fin qui la storia.

Ma il caso Grecia (e non solo), semmai dovesse verificarsi, presenterebbe qualche aggravante in più perché Atene è nell’euro-zona e l’effetto contagio per i 17 della moneta unica e per i mercati tutti sarebbe immediato. Per evitare il peggio dovrebbe negoziarne l’uscita e reintrodurre la vecchia dracma.

Ma a Bruxelles tale ipotesi non è mai stata presa in considerazione. O meglio: nei trattati non c’è traccia della possibilità di uscire dall’euro. C’è semmai quella di abbandonare l’Unione europea. «Un delirio», per usare le parole di un alto funzionario Ue nelle ore concitate delle trattative salva-Grecia. Appunto.

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