Brunello Cucinelli e la sua scuola

Per la prima volta nella Scuola dei mestieri appena fondata da Cucinelli in Umbria, dove le allieve studiano guadagnando (700 euro al mese). In nome del moderno umanesimo artigianale

Brunello Cucinelli e le allieve della Scuola dei Mestieri (Credit: Alberto Bevilacqua)

Stefania Berbenni

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Tutti sanno che Brunello Cucinelli ha fatto sposare a sorpresa le parole etica e capitalismo. Che si tiene in forma con i cinque tibetani. Che appena può rende al mondo parte dei proventi dell’azienda che porta il suo nome, restaurando, finanziando, sostenendo la cultura. Che il suo lusso per pochi, centrato sul cashmere, si è tradotto in numeri no crisi: oltre 90 punti vendita nel mondo e più 200 per cento per le azioni, in un anno e mezzo di borsa. Il Natale scorso aveva annunciato ai dipendenti un regalo pecuniario «per umana gratitudine», sì aveva proprio detto così ai suoi, per umana gratitudine, e la notizia era stata twittata dai più giovani, col risultato che si era ritrovato addosso i giornalisti e le tv di ogni dove a chiedergli come mai invece di accumulare, fosse così propenso a ridistribuire.

Adesso se ne è inventata un’altra, La scuola dei mestieri, anche stavolta sparigliando, un po’ da bastian contrario, o da professionista del pensiero laterale. È fatto così Brunello Cucinelli: da ragazzo invece di stare dietro l’aratro tirava i buoi dal davanti, col risultato che il solco risultava dritto, ostinatamente perfetto (è figlio di contadini). Da studente, in tre anni d’iscrizione a ingegneria, ha dato un solo esame, anzi metà, lo scritto, ma intanto leggeva, studiava gli antichi, i filosofi, e ora cita a memoria Marco Aurelio (il più amato), Platone, Adriano, San Benedetto, Kant, Spinoza... lista infinita. Quindi nessuno stupore se per ogni studente ammesso alla Scuola dei mestieri ha stanziato 700 euro al mese dopo aver fatto un regolare bando in accordo con la Confindustria.

Per il corso di rammendo e rammaglio sono arrivate 200 domande e ora si sentono fortunate le 16 ragazze sedute ai banconi, sneaker ai piedi, leggerezza e sorriso. Hanno fra i 20 e i 27 anni, dalle 8 alle 13 vivono in questa scuola speciale che per classe ha una grande stanza, 10 finestre sulla campagna umbra e sul borgo di Solomeo, il paesino medioevale a pochi chilometri da Perugia che Cucinelli ha restaurato, fornendolo di teatro (con regolare stagione), accademia, biblioteca aurealiana, ed eleggendolo a cuore dell’azienda. «Sono molto ricettive. Ce la mettono tutta. Vogliono riuscire» dice una delle maestre, Giulia, 21 anni in azienda e saggezze da passare. Le allieve non imparano solo a maneggiare i fili di cashmere: il corso prevede storia, filosofia, arte, letteratura, spiritualità, comunicazione. Nel borgo possono imbattersi in docenti, attori, studiosi, registi. E conoscerli.

Un po’ come l’aratro di cui sopra: mentre il mondo si imbeve di tecnologia e high tech, Cucinelli ha calato una carta lisa, dimenticata, l’umanesimo. Merito o colpa delle molte letture e della cultura benedettina di cui è teorico e praticante. E così il suo diventa «moderno umanesimo artigianale»: filo, laser, iPad e cultura. Racconta: «È iniziato anche il corso di agricoltura e giardinaggio, 10 ragazzi in giro per le campagne a potare e a conoscere i tempi della natura. Abbiamo fatto il bando per il corso di arti murarie, da cui vorremmo fare uscire non dei manovali ma dei muratori. Il 1° aprile si inaugura la scuola di sartoria. Il discorso è sempre lo stesso: dare dignità al lavoro, allo studio. Lorenzo il Magnifico considera i mestieri al pari delle arti e gli dà la stessa dignità morale, economica; nel 1860 William Morris crea la scuola delle arti e dei mestieri».

Sempre in controtendenza, direbbe un sociologo. Mentre gli altri considerano i giovani degli inetti o li sfruttano nei call center, lui ci scommette. Mentre dilaga il pessimismo, lui parla di nuovo Rinascimento: «Da troppo tempo camminiamo a testa bassa. E' ora di tornare a essere uomini illuminati. E le condizioni ci sono». Quasi da credergli per l’entusiasmo col quale argomenta: «All’improvviso, si investe di nuovo nei grandi ideali, la bella politica, la famiglia, la spiritualità o la religione (io sono per la spiritualità). Non solo, è arrivato questo Papa che è un genio della comunicazione, che ti dice “Il sudario non ha tasche”,    “Chi sono io per giudicare?”, o “Nessuna ingerenza nella spiritualità di ogni essere umano” , “Sii custode del Creato”».

Un mentore mancato questo Cucinelli, o forse un professore mancato. Lo ammette mentre si scattano le foto di queste pagine e fa ridere le ragazze raccontando i molti scherzi stile Amici miei collezionati nei suoi 60 anni di vita. «Ho sempre pensato che la scuola fosse il sale della terra. Avrei fatto volentieri il professore, però a modo mio». Come per l’aratro: «Prima avrei insegnato le furberie della vita, capire quello che devi capire, essere lesto. Poi le varie materie». Alle due figlie ha regalato una fornitura di «testi base» di 782 volumi, poi diventati 1.000. Quasi ogni sera legge per un’ora e mezzo e quando può va a fare una passeggiata nel bosco vicino, si siede sotto una quercia per ore: «Al ritorno sono ubriaco di bei pensieri».
Una delle sue ultime pensate ha a che fare con l’ambiente. Per evitare obbrobri di cemento, sta comprando terreni edificabili per non costruirci.

Ha anche acquisito un ramo d’azienda della sartoria Avenza per conservare il know-how eccezionale di chi ha vestito da Sean Connery a Winston Churchill (la Avenza produrrà per Cucinelli il su misura da uomo). Poche settimane fa un ragazzo che lavorava con Steve Jobs è andato a trovarlo: voleva avere consigli su come trasferire in borghi simili a Solomeo l’attività di stranieri. Alcuni cinesi gli hanno chiesto in prestito alcuni suoi collaboratori per imparare il life style italiano, dall’apparecchiare all’ozio. È l’umanesimo, bellezza. Manco a dirlo, subito sottolinea: «Vorrei che i ragazzi uscissero da questa scuola con un’idea umanistica del modo di vivere e lavorare. È questo il mio unico vero obiettivo».

P.S. Scherzi stile Amici miei: più volte ha finto di battere la testa contro una porta a vetro e di svenire (il colpo lo dava col piede) prendendosi del fesso. Una notte ha divelto con due ruspe il vespasiano del paese piantando al suo posto un cipresso (si è scusato col sindaco amico), ma poi ha costruito un bagno pubblico dignitoso. Forte del fatto che gli stranieri non conoscessero l’italiano, ha titolato alcune immagini esposte al Pitti con espressioni licenziose ridendone con gli amici.

P.P.S. Nel suo ufficio ha appeso i ritratti di chi ammira, antichi e contemporanei: Aristotele, Dante, Averroè, Confucio, Socrate, Agostino, Marco Aurelio fra i primi, Kafka, Jobs, Martin Luther King, Gramsci, Obama... Sta aspettando che il corniciaio finisca l’ultimo ritratto chiesto: Papa Francesco.

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