Borse asiatiche: cosa succede se la Fed taglia gli stimoli

Quattro considerazioni per capire perché la crisi finanziaria potrebbe presto spostarsi in Oriente

– Credits: YOSHIKAZU TSUNO/AFP/Getty Images

Claudia Astarita

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Perché se la Federal Reserve americana riduce gli stimoli monetari le borse asiatiche crollano? A prescindere dal fatto che, oggi, qualsiasi cosa succeda a un capo del mondo può avere ripercussioni politiche, economiche, finanziarie e sociali anche all'altro capo del pianeta, questa stretta correlazione tra taglio agli stimoli negli Stati Uniti e chiusura in ribasso dei mercati orientali conferma anzitutto che anche l'Asia ha smesso di essere immune alla crisi finanziaria.

In realtà lo avevamo già detto, perché una serie di tentennamenti prima in India, poi anche in Giappone, Cina e persino Australia avevano spinto più di un analista a rivedere l'idea che l'Est potesse continuare ad essere considerato un'isola felice di crescita, prosperità e sviluppo.

Per capire cosa sta davvero succedendo, dobbiamo fare almeno quattro considerazioni.

1) La Federal Reserve ha annunciato la propria intenzione di ridurre progressivamente gli stimoli all'economia nella convinzione che l'America sia di nuovo finalmente in grado di stare in piedi sulle sue gambe, e che, di conseguenza, possa permettersi di disintossicarsi da quella "droga monetaria" che negli ultimi anni l'ha aiutata a rimanere a galla.

2) Ciò che tanti non hanno visto, però, è che è stata proprio questa droga a far sì che l'Asia risultasse immune alla grande catastrofe finanziaria internazionale. Questo perché una grossa fetta del denaro messa in circolazione dalla Fed negli ultimi anni è arrivata proprio in Oriente. Che ora si chiede come farà ad andare avanti visto che l'America è di nuovo più solida e può permettersi di riassorbire i capitali precedentemente regalati.

3) Sarebbe forse stato sufficiente dare più peso al grande dibattito sulle nuove politiche della Fed che in Asia è iniziato la scorsa estate per prevedere quello che oggi sta succedendo. E' da mesi che il numero delle liquidazioni in Oriente continua ad aumentare, e sono sempre di più i governi e gli analisti che temono che, con la complicità dei risultati positivi che gli Stati Uniti hanno ricominciato ad accumulare, aumenterà anche il numero di investitori interessati a spostare i propri capitali da un Oriente sempre più ambiguo a un'Occidente che si è ormai rimesso in carreggiata.

4) Se poi in questo momento vi state chiedendo come mai quella regione del mondo che negli ultimi anni è sempre stata definita come una sorta di nuova terra promessa, dove ricchezza, sviluppo e crescita economica potevano essere virtuosamente trasferiti da una nazione all'altra si trova oggi in difficoltà, non dimenticate che la grande rivoluzione economica asiatica è stata resa possibile (soprattutto) dai capitali stranieri. Quindi è naturale che l'Asia sia riuscita ad andare avanti anche negli anni della grande crisi, perché questi ultimi sono stati rimpiazzati dagli stimoli della Fed, che per aiutare gli Stati Uniti si è trovata a dare indirettamente una mano anche a China & co. Ma ora che anche questi aiuti extra verranno progressivamente riassorbiti, cosa succederà? Ci vorrebbe un'alternativa, uno o più paesi in grado di continuare ad alimentare questo enorme flusso di capitali. Ci vorrebbe, appunto, ma non c'è. Il Giappone è in crisi, l'India e la Cina pure: questi paesi crescono sempre di meno e crescono male. E l'Australia? Beh, di capitali da investire ne ha parecchi, ma chissà perché si sente più sicura a trasferirli in Occidente piuttosto che in Oriente...

 
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