Economia

Nascite in calo, perché l’Italia che invecchia diventa più povera

La diminuzione della popolazione in età lavorativa unita agli scarsi investimenti in innovazione posticipa la vera ripresa economica

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Giuseppe Cordasco

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“Nella relazione tra decrescita demografica e rallentamento dello sviluppo economico, il vero problema dell’Italia non è tanto il calo delle nascite, quanto l’assottigliamento di quella fascia di cittadini che lavora, a vantaggio di quella di anziani in pensione”.

È questa l’analisi, lucida e sintetica, con cui il professor Alfonso Giordano, docente di Geografia politica nonché di Sviluppo sostenibile e flussi migratori alla Luiss, prova a commentare i dati demografici sul nostro Paese resi noti ieri dall’Istat.

Un Paese in decrescita demografica

In sostanza, l’Istituto di statistica scatta la fotografia di un Paese che invecchia e che fa meno figli. La popolazione residente al 1 gennaio 2018 è infatti di 60 milioni 494mila unità, segnando una diminuzione di 100mila persone sull'anno precedente, in gran parte attribuibile proprio agli italiani.

Infatti la componente nazionale scende a 55 milioni 430mila con un calo di 113mila residenti, mentre gli stranieri sono 5 milioni 65mila e rappresentano l'8,4% dei residenti totali.

Inoltre nel 2017 si è registrato un nuovo minimo storico per le nascite, che hanno toccato il picco del -2% rispetto al 2016 con solo 464mila nuovi nati. I decessi sono stati invece 647mila, 31mila in più del 2016 (+5,1%). Il saldo naturale della popolazione nel 2017 è dunque negativo (-183mila) e registra un nuovo minimo storico.

Manca chi lavora

“Rispetto a tanti altri Paesi europei e anche rispetto agli Usa – dice allora il professor Giordano – il vero problema dell’Italia è rappresentato proprio dalla diminuzione della fascia di popolazione in età lavorativa. Da noi le persone lasciano le attività produttive e non c’è nessuno che possa sostituirle, proprio perché abbiamo un Paese che invecchia”.

Manca dunque un ricambio generazionale nel mondo del lavoro, ed è questa una delle pecche più grandi del nostro Sistema Paese, che tra l’altro contribuisce a posticipare una vera e propria ripresa economica.

Un modello da cambiare

Ma la mancanza di popolazione in età lavorativa è solo una parte del problema. “A questo – continua Giordano – si aggiunge un sistema economico che ha deciso di puntare su un terziario poco avanzato che non ci fa fare il salto di qualità”.

Mancano dunque gli investimenti nell’innovazione vera, quella che cambia strutture di produzione e prodotti. Una mancanza questa che paradossalmente si ripercuote in maniera negativa ancora una volta sulla nostra composizione demografica.

“Per lavori molto più qualificati – chiosa infatti Giordano – sarebbe stato possibile utilizzare proprio molti di quegli anziani che oggi escono dal mondo del lavoro, e che invece avrebbero potuto continuare a dare il loro contributo”.

Stranieri dequalificati

E purtroppo in Italia, neanche gli stranieri, che in tanti Paesi rappresentano una risorsa fondamentale dello sviluppo economico, possono andare a colmare quel gap generazionale che incide sul nostro mondo del lavoro.

“In realtà – spiega Giordano – innanzitutto, al netto di tutte le propagande politiche che si possono fare, gli stranieri lavoratori, cioè quelli che non arrivano per motivi umanitari, sono in calo nel nostro Paese. E questo perché l’Italia, dove la crisi purtroppo ristagna, non risulta una realtà attrattiva come lo sono altri Paesi europei o gli Stati Uniti”.

Un danno questo non da poco, considerando che il mancato arrivo di lavoratori stranieri, magari di anche di alta qualità professionale, ci pone in una condizione di svantaggio competitivo a livello internazionale. “La verità – sottolinea Giordano – è che l’Italia non ha molto da offrire, il Paese risulta economicamente fermo: importiamo badanti, ma non lavoratori qualificati, che preferiscono invece andare da altre parti”.

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