Economia

Meno import di energia dall'estero, bolletta più cara

Prezzi in aumento perché una parte delle centrali francesi è ferma per controlli di sicurezza. La diminuzione della riserva energetica nazionale richiede di riportare in attività le nostre vecchie centrali. È ora di una nuova politica energetica?

carbone

Stefano Caviglia

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Se la prossima bolletta elettrica vi sembrerà più alta del previsto non date la colpa al freddo o all’aumento del prezzo del petrolio. La responsabilità è anzitutto del fatto che l’energia consumata nelle nostre case dalla fine dello scorso anno è meno francese e più italiana del solito.

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Succede infatti che i nostri vicini al di là delle Alpi, da cui siamo abituati a importare all’incirca il 10-15 per cento del nostro fabbisogno, hanno fermato per controlli di sicurezza più di un terzo delle centrali nucleari da cui deriva il grosso della loro produzione. E poiché l’energia nucleare prodotta in Francia costa molto meno di quella delle centrali a gas o a carbone di casa nostra, la differenza finisce inevitabilmente in bolletta.

Conseguenze politiche
Questo è il lato che ci riguarda come consumatori. Ma ci sono anche conseguenze di tipo politico tutt’altro che irrilevanti, perché il maggiore utilizzo della produzione nazionale, per un periodo la cui durata è difficile da prevedere, sta facendo scendere la riserva energetica italiana (la quota di energia che dev’essere disponibile in qualunque momento), che negli ultimi giorni è giunta al livello più basso degli ultimi anni. E questo suscita inevitabilmente qualche preoccupazione per il rischio di black out.

Centrali "fuori produzione"
La riduzione dell’energia disponibile è tale che in Italia si stanno cominciando a riattivare centrali finite da un pezzo fuori produzione perché troppo inquinanti o poco convenienti da un punto di vista economico. E’ di qualche giorno fa la richiesta di Terna ad Enel di rimettere in esercizio potenziale (ossia tenerle pronte per essere attivate) le centrali a carbone di Genova e di Bastardo in Umbria. Ma il punto è chi governa e controlla questo processo, perché un conto è programmare una strategia complessiva pensata per i bisogni di lungo termine dell’Italia, altro è riaprire in fretta e furia le vecchie centrali, seguendo prevalentemente la logica degli operatori economici privati.

Programmazione energetica
È questa la preoccupazione che solleva il segretario della Flaei Cisl (lavoratori elettrici) Carlo De Masi, secondo cui l’Italia sta correndo qualche rischio di troppo in questo campo. “Sosteniamo da anni la necessità di una programmazione energetica e di una stabilizzazione del sistema elettrico nazionale” dice “di cui purtroppo il Paese non si è dotato”.

Le novità di questi ultimi giorni, con il calo della riserva energetica e la necessità di richiamare in servizio le vecchie centrali più inquinanti sembrano dargli ragione, per non parlare dei nuovi scenari energetici mondiali, segnati anche dall'aumento del petrolio. Qualche segnale in questo senso è appena arrivato dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda.
Chissà che proprio la situazione creata dal fermo delle centrali francesi non ci faccia capire che è ora di correre ai ripari.

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