Margaret Thatcher, l'eredità economica

Gli effetti delle decisioni dell’ex Primo Ministro continuano a farsi sentire nel Regno Unito di oggi

Tazze con l’immagine dell’ex Primo Ministro Margaret Thatcher in vendita nel museo di Grantham, dove era nata (Rosie Hallam/Getty Images)

Stefania Medetti

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Margaret Thatcher non ha mai unito, ma su una cosa ancora oggi sono tutti d’accordo: o la si ama o la sia odia. Anche adesso, a poche ore dalla sua scomparsa e a 23 anni da quando ha lasciato Downing Street, i pareri sull’eredità dei suoi governi sono spesso contrastanti. Ma, come fa notare Roger Bootle dalle colonne di The Guardian : “Nessun Primo Ministro che l’ha preceduta è mai stato associato a un “ismo”. Nè Churchill nè Macmillian nè Attlee hanno visto il proprio nome diventare una dottrina economica”.

E sull’economia, Thatcher aveva le idee chiare : “Prima ancora di leggere una riga scritta dai grandi economisti liberali, avevo imparato dai conti di mio padre che il libero mercato è come un ampio sistema nervoso che risponde agli eventi e ai segnali di tutto il mondo per incontrare le esigenze sempre mutevoli delle persone in ogni Paese, di ogni classe e religione con una sorta di benigna indifferenza alle loro condizioni”, ha scritto nelle sue memorie, accessibili in un gigantesco archivio online .

Il Thatcherismo, in realtà, era molto di più di un programma liberale. Il liberismo classico, infatti, era stato arricchito di altri elementi: l’attenzione al rapporto qualità-prezzo, l’efficienza, l’autonomia, il risparmio. “Il modo migliore per inquadrare il Thatcherismo è riconoscere che era un movimento fondamentalmente anticonservatore - sintetizza ancora Bootle -. Per certi aspetti, tendeva a essere di sinistra: ma non era semplicemente radicale, era rivoluzionario”.

E la rivoluzione ha riguardato soprattutto gli inglesi. Una volta arrivata a Downing Steet, infatti, il Primo Ministro Thatcher ha dato il via alla vendita di un gioiello industriale dopo l’altro: Rolls-Royce, British Airways, British Coal, British Steel, British Telecom, British Gas, oltre alle aziende incaricate della distribuzione dell’acqua e dell’elettricità.

Le privatizzazioni erano un mezzo per rastrellare risorse per il Tesoro e ridurre il fabbisogno del settore pubblico, ma in realtà, riducendo l’impatto dello Stato sull’economia, Thatcher ha operato una profonda trasformazione sui suoi concittadini. La vendita di una parte dell’edilizia popolare, infatti, ha trasformato di fatto gli inquilini in proprietari. Invitando i cittadini a comprare azioni delle ex-imprese statali, la Thatcher ha trasformato l’inglese medio in un azionista. Intervenendo sui sindacati, la Thatcher ha obbligato i lavoratori a fare i conti con un mercato del lavoro più dinamico. La Thatcher, che ha detto no all’euro definendolo “una moneta che non possiamo controllare e che non ci porterebbe nulla di buono”, ha aperto il sistema bancario con l’introduzione del trading elettronico, ha dato accesso alle banche straniere, rafforzando il ruolo di Londra come capitale finanziaria globale, accanto a New York.

“Privatizzare le imprese statali, limitare il potere dei sindacati, abbassare le tasse sono state mosse che hanno diviso il Paese”, sintetizza Danny Blanchflower , professore di economia al Darthmouth College. Il prezzo della trasformazione era indiscutibilmente salato, gli scioperi feroci del 1979, quando hanno incrociato le braccia i lavoratori delle ferrovie, degli ospedali, dei cimiteri, dei porti e della nettezza urbana ne sono la prova, insieme alla perdita del lavoro per una buona fetta di lavoratori dei distretti industriali del nord.  Ma con la sua  politica, la Thatcher ha trasformato anche il mercato del lavoro.

La riforma Thatcher ha diminuito il potere dei sindacati, introducendo regole severe sulla possibilità di scioperare e sull’obbligo per i lavoratori di iscriversi al sindacato. Per le aziende è stato più facile tagliare i salari, ma anche i lavoratori  nel corso tempo sono stati più disposti ad accettare le condizioni del mercato. Da maggio 2008, per esempio, il numero di persone che lavorano fulltime è calato di 400mila persone, mentre è cresciuto di oltre 560mila quello dei lavoratori part-time.

“A trent’anni di distanza, dopo che le sue politiche avevano toccato il record massimo della disoccupazione con 3,3 milioni di disoccupati, pari all’11,9% nel 1984, il numero di cittadini britannici che hanno un lavoro è oggi nuovamente un record”, fa notare il giornalista Robert Hutton su Business Week . Nonostante la crisi finanziaria internazionale e la recessione, 29,8 milioni di persone hanno un lavoro e il Regno Unito, a detta di molti, è in condizioni migliori di altri Paesi dell’Europa Occidentale. “La chiave del successo è la flessibilità dei salari”, si dice convinto Nicholas Crafts, professore di storia dell’economia alla Warwick University. Ma l’ex sindaco di Londra Ken Livingstone ha un punto di vista diametralmente opposto: “Tutto quello che non funziona nel Paese oggi è un’eredità delle sue decisioni fondamentalmente sbagliate”.

Thatcher, da parte sua, non ha fatto molto per chiarire l’interpretazione dei suoi Governi e delle sue decisioni. “La società non esiste: ci sono le persone, le donne, gli uomini e le famiglie”, ha scritto. Che sia da interpretare come un inno al liberismo o, al contrario, come l’impossibilità di addossare colpe e responsabilità alla società, togliendole all’iniziativa individuale, è un segreto che si è portata con sè.  

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