Perché l'Occidente rischia una nuova crisi finanziaria

Dieci anni dopo il crollo Lehman Brothers: regolamentazione, outsourcing e investimenti a basso rischio non bastano a mettere in sicurezza i mercati

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Claudia Astarita

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Possibile che non abbiamo imparato nulla dalla tragica crisi finanziaria del 2008 e, dieci anni dopo, siamo ancora alle prese con dinamiche che potrebbero riportarci a commettere gli stessi errori?

E' questa la tesi di The Economist, che ricordando l'anniversario del crollo di Lehman Brothers mette in guardia sul fatto che nonostante le banche siano oggi molto più al sicuro di quanto non fossero dieci anni fa, non siano comunque al riparo da una seconda stangata.

2008-2018: perché dovremmo preoccuparci

Dal 2008 ad oggi sono cambiate molte cose. Le banche sono diventate molto più attente alle operazioni che conducono, in maniera da mantenere i conti in equilibrio, hanno iniziato ad esternalizzare una serie di servizi sia per contenere i costi sia per aumentare il livello di competenza degli operatori di volta in volta coinvolti, e tante hanno cambiato drasticamente anche la cultura aziendale, che premia infatti l'analisi e la cautela molto più dell'iniziativa individuale e del rischio.

Credito e bancarotta

Se da un lato le banche sonno diventate più coscienziose, dall'altro nuovi attori le hanno sostituite nella disponibilità a concedere crediti ad alto rischio. Tuttavia, anche questi fondi di private-equity secondo The Economist non sono così interessati a buttarsi in settori troppo rischiosi, proprio perché temono di essere trascinati verso la bancarotta.

Regolamenti e austerità

Per uscire dalla crisi tutti i paesi che sono rimasti travolti dalla crisi finanziaria del 2008 hanno dovuto ricorrere all'austerità, e per alcuni anche questa strategia non è servita a lasciarsi alle spalle gli anni più bui di un dissesto economico spaventoso e globale.

Oggi, però, per mettersi al riparo da eventuali nuove crisi le Banche Centrali hanno deciso di regolamentare in maniera molto più precisa i rispettivi mercati finanziari, sperando così di riuscire a prevenire eventuali oscillazioni indesiderate. Il risultato? Tanti cavilli e troppa poca flessibilità. Che nelle situazioni di emergenza può creare più problemi che benefici.

Perché dovremmo preoccuparci

Possibile che banche più caute, l'iper-regolamentazione del sistema finanziario e la presenza di fondi di private-equity che pur avendo sostituito le grandi banche d'affari nelle operazioni più rischiose cercano comunque di evitare di ritrovarsi a chiudere collaborazioni troppo ambigue non siano sufficienti a garantirci un futuro più tranquillo, almeno per quel che riguarda la stabilità finanziaria dei nostri paesi? Secondo The Economist no. E il motivo è molto semplice: anzitutto i protagonisti della finanza che hanno contribuito a innescare il disastro del 2008 continuano ad esserlo anche oggi. E questo è sbagliato perché ha lasciato intatta la percezione che, qualsiasi cosa succeda, con grande probabilità qualcuno, ovvero lo stato, interverrà a salvarli.

Il rischio più grande è che questo atteggiamento di cautela non continui per sempre, e che non appena si presenterà qualche buona occasione qualcuno deciderà di coglierla. Rischiando in prima persona ma anche creando la possibilità di innescare l'ennesimo circolo vizioso autodistruttivo.

Multe e stipendi

The Economist si mantiene fedele alla tesi secondo cui "qualcuno avrebbe dovuto pagare per gli errori commessi", e invece questo non è successo. I governi e le banche centrali sono intervenuti per salvare il salvabile e l'austerity ha cercato di fare il resto.  Fatto sta che l'essere stati soccorsi una volta può portare al consolidamento di una consapevolezza pericolosa, vale a dire quella di un possibile secondo o anche terzo salvataggio, qualora dovesse essere necessario.

The Economist continua poi a condannare anche gli stipendi da sogno della finanza, non perché non sia giusto elargire un giusto compenso a chi ricopre ruoli di grande responsabilità, ma perché questi continuano ad essere ben al di sopra di ogni ragionevole limite. Nel 2017 Brian Duperreault, al vertice di AIG, ha guadagnato 43 milioni di dollari. Lloyd Blankfein di Goldman Sachs 24, Brian Moynihan di Bank of America 23.

Scenari futuri

I mercati al momento stanno reggendo bene, e non c'è nulla di cui dovremmo realmente preoccuparci. Eppure, come ricorda The Economist, anche un sistema iper-regolamentato non è in grado di reagire a una crisi. Anzi, la rigidità delle procedure rischia addirittura di bloccare la capacità di intervenire a fronte di uno sbandamento. Ecco perché, ancora una volta, invita i grandi della finanza a riflettere e a confrontarsi per mettere a punto un sistema che sia realmente più trasparente e più equo. Per il bene di tutti.

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