Lavoro

Pensioni, perché il centrodestra vuole cancellare la Legge Fornero

Approvata nel 2011, ha alzato di colpo l’età di uscita dal lavoro ed è la riforma più impopolare d’Italia. Ma rottamarla non costa poco

riforma-pensioni

Andrea Telara

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Alla fine il leader della Lega, Matteo Salvini, c’è l’ha fatta: uno dei pilastri del programma elettorale del centrodestra, cioè della coalizione che ha le maggiori chance di vincere le prossime consultazioni politiche, sarà la cancellazione della Legge Fornero, la riforma previdenziale approvata nel dicembre del 2011 dal governo Monti che ha alzato di colpo l’età pensionabile.

Riforma impopolare

La rottamazione della Riforma Fornero è da tempo un cavallo di battaglia di Salvini, che ha messo nel mirino una delle leggi più impopolari degli ultimi decenni, soprattutto per migliaia di italiani che nel 2011 erano vicini alla pensione e che sono stati costretti all’improvviso a lavorare molto più a lungo del previsto.

Va infatti ricordato che questa riforma previdenziale, il cui nome deriva da quello dell’ex ministro del welfare, Elsa Fornero, è stata varata nel dicembre del 2011 nel pieno della crisi dell’Eurozona, quando lo spread tra i titoli di stato tedeschi e quelli italiani era alle stelle e si temeva addirittura che il nostro debito pubblico potesse diventare insostenibile, a causa di un aumento eccessivo dei tassi d’interesse.

Il vecchio sistema delle quote

Per dare un segnale all’Europa che chiedeva sacrifici, il governo Monti decise di colpire la voce di spesa che pesava maggiormente nel bilancio dello Stato e che era aggredibile con più facilità: le pensioni. In particolare, la riforma Fornero innalzò di colpo l’età minima del pensionamento che fino al 2011 era fissata per molti lavoratori attorno a 60-61 anni (purché fossero stati accumulati almeno 35 anni di contributi).

Per mettersi a riposo con l’ assegno di anzianità, per esempio, occorreva che la somma dell’età anagrafica e di quella dei contributi versati fosse pari a 96 (sistema delle quote). Esempio: un lavoratore con 35 anni di carriera alle spalle poteva andare in pensione a 61 anni (35+61=96).

A riposo a 66 anni

Poi è arrivata la Riforma Fornero che ha cambiato improvvisamente le carte in tavola. Innanzitutto, ha abolito le pensioni di anzianità e il sistema delle quote, stabilendo di fatto (seppur in maniera graduale) due sole finestre per ritirarsi dal lavoro. La prima è stata fissata a 66 anni (67 anni dal 2019) per la pensione di anzianità, cioè quel trattamento che matura una volta raggiunta una determinata età anagrafica, indipendentemente dai contributi versati.

La seconda finestra di uscita dal lavoro prevista dalla Legge Fornero è quella della cosiddetta pensione anticipata, che scatta una volta raggiunta una determinata quantità di contributi, indipendentemente dall’età. Nello specifico, gli uomini maturano il diritto alla pensione anticipata quando hanno 42 anni e 10 mesi di carriera alle spalle. Le donne invece possono ritirarsi con 41 anni e 10 mesi di contributi.

L’esercito degli esodati

Con l’entrata in vigore della Riforma Fornero, dunque, molti italiani che si aspettavano di raggiungere il pensionamento a 60-61 anni sono stati costretti a rimanere in servizio 5 o 6 anni in più del previsto. Inoltre, l’innalzamento improvviso dei requisiti di pensionamento ha creato un esercito di migliaia di esodati.

Si tratta di lavoratori che, prima del 2011, avevano sottoscritto degli accordi con le rispettive aziende per mettersi in mobilità e ricevere dei sussidi o degli anticipi di stipendio per qualche anno, in previsione di andare poi in pensione a 60-61 anni con le vecchie regole. Con le nuove norme introdotte dal governo Monti, però, tutti questi lavoratori si sono trovati all’improvviso di fronte a un duplice rischio: rimanere senza lavoro e senza pensione, visto che l’età di riposo era stata spostata di colpo in avanti dalla Fornero e visto che i loro ammortizzatori sociali erano destinati a esaurirsi.

L’incognita costi

Ripercorrendo la vicenda degli esodati, ben si capisce perché la Riforma Fornero, approvata nel 2011 in condizioni d’emergenza e senza tenere conto pienamente dei possibili effetti, sia oggi così impopolare. Gli esodati sono stati poi tutelati con diversi decreti, che hanno consentito loro di andare in pensione con le vecchie regole.

Al netto di questi provvedimenti, l’incognita principale resta però l’effetto sui conti pubblici di una eventuale cancellazione della Legge Fornero. Secondo la relazione tecnica che accompagnò la riforma nel 2011, i risparmi per le casse dello stato generati dall’innalzamento dell’età pensionabile erano infatti stimati originariamente nell’orine di almeno 15-20 miliardi all’anno nell’arco di un decennio. Per rottamare la Fornero, insomma, occorre trovare alternative credibili.

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