Lavoro

Pensioni, cosa cambia dal 2019

A riposo con 62 anni di età e 38 di carriera. Così il governo cambierà di nuovo la previdenza

pensioni

Andrea Telara

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Per adesso non ci sono ancora tutte le leggi scritte, che stabiliscono nero su bianco le nuove regole. Ma il governo Conte ha promesso un provvedimento definitivo ad hoc entro il 10-12gennaio. Con la manovra economica del 2019, la maggioranza Lega-5 Stelle ha deciso di mettere mano alla previdenza con l’ennesima riforma, una delle tante che si sono avvicendate negli ultimi 23 anni in Italia, da quella del 1995 del governo Dini fino alla contestatissima Legge Fornero approvata dal  governo Monti. Ecco, di seguito, una panoramica su come potrebbe cambiare il sistema pensionistico italiano dal prossimo anno.

La quota 100 

Una delle principali misure della manovra è l’istituzione della quota 100. Si tratta di un sistema che consente di andare in pensione quando la somma dell’età anagrafica e quella degli anni di contributi raggiunge appunto il livello di 100. Esempio: potrà congedarsi dal lavoro chi ha 62 anni e almeno 38 anni di contributi alle spalle. Verrà stabilita però una soglia minima di anzianità di carriera, pari a 38 anni. Chi ha dunque compiuto 63 o 64 anni all'anagrafe non potrà dunque andare in pensione con la quota 100 se ha soltanto 35 o 36 anni di lavoro alle spalle ma dovrà attendere il raggiungimento dei 38 di contribuzione. Non ci sarà invece la prospettata quota 41, che avrebbe consentito di andare in pensione una volta raggiunti i 41 anni di contributi, indipendentemente dall'età. La misura costa troppo e forse entrerà tra tre anni, dopo che finirà la sperimentazione della quota 100. A

Opzione Donna

Tornerà l'Opzione Donna, un sistema che consente alle lavoratrici italiane del settore pubblico e privato di andare in pensione con 35 anni di contributi e 58 anni di età (59 anni e 36 di contributi per le sole lavoratrici autonome). Chi si congeda dal lavoro con questi requisiti riceverà però un assegno calcolato con il poco vantaggioso metodo contributivo, che comporta pesanti penalizzazioni, cioè tagli fino al 30-40% rispetto all'ultimo stipendio. L'ammontare della pensione viene infatti determinata interamente in proporzione ai contributi versati e non in base alla media degli ultime retribuzioni, cioè con il più generoso metodo retributivo.

I vecchi requisiti

Chi non raggiunge la quota 100 può ancora congedarsi dal lavoro con i vecchi requisiti della Legge Fornero, cioè con 67 anni di età (indipendentemente dai contributi versati, purché siano almeno 20 annualità) o con 42 anni e 10 mesi di carriera (indipendentemente dall'età) oppure con 41 anni e 10 mesi di contributi (nel caso delle sole donne).

Ape sociale

Il governo Conte ha deciso di tenere in vigore l'Ape social, cioè quel sistema introdotto nella precedente legislatura (dal governo Gentiloni) che consente di avere un anticipo pensionistico a 63 anni di età, in attesa di prendere poi il regolare assegno di vecchiaia a 67 anni. L'Ape social è destinata soltanto a ultra63enni disoccupati,  a quelli con invalidità di lavoro superiore al 74% o che hanno svolto professioni usuranti.

Pensioni d'oro

Verranno tagliate le cosiddette pensioni d'oro, cioè quelle il cui importo supera i 4.300 euro netti al mese. La decurtazione parte da un minimo del 10% non appena il reddito annuo del pensionato oltrepassa i 90mila euro lordi annui e sale progressivamente fino a raggiungere il 40% per la quota di assegno sopra i 400mila euro lordi.

Flat tax al Sud (per gli stranieri)

Per i pensionati residenti all'estero che si trasferiscono in comuni con meno di 20mila abitanti nelle regioni del Sud Italia (Sicilia, Calabria, Sardegna, Campania, Basilicata, Abruzzo, Molise e Puglia), ci sarà una tassazione agevolata di appena il 7% sugli assegni.


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